Champions League 2005-2006

I campioni: il capolavoro di Frank Rijkaard

Oggi sembra tutto scontato (leggasi: il Barcellona, in Europa, deve ambire a vincere), ma è sufficiente scorrere l’albo d’oro per scoprire che i catalani, nel 2005, soffrivano ancora un grave complesso Champions.

Complesso forgiato da una storia vanagloriosa. Nonostante il numero impareggiabile di assi chiamati a vestire blaugrana (Kubala, Cruijff, Maradona, solo per citarne alcuni), la bacheca dei catalani era infatti ancora relativamente povera, specie se paragonata a quella degli eterni rivali madrileni. In secondo luogo, i culè soffrivano il confronto con le grandi orecchie perché erano i maestri delle occasioni sprecate: dal 1961 in avanti, non si contavano le occasioni in cui, per un motivo o per l’altro, il Barcellona era mancato al momento del dunque (la sconfitta  assurda ai rigori contro la Steaua era l’episodio più significativo; ma c’erano anche l’umiliante batosta rimediata dal Milan di Capello nel 1994, la sconfitta subita dal Leeds United nel 1975, la semifinale del 2002 contro il Real, quella del 2000 con il Valencia).

Frank Rijkaard, che siede da qualche tempo sulla panchina blaugrana, innesta il cambio di marcia che porterà alla trionfale epoca-Guardiola. Le sue innovazioni in termini di pressing e di gioco corale (il possesso ossessivo che si trasforma subito in aggressione sul portatore di palla avversario) sono meno lampanti di quelle del successore, ma restano di grande peso. Frank nel 2004/2005 allestisce una banda di artisti cui finalmente regala il pregio della concretezza: la tecnica individuale, da sempre il fulcro centrale del gioco catalano, viene posta al servizio di un ideale più grande (la squadra, e quindi la vittoria). Il Barcellona, finalmente, esprime non solo un bel gioco, ma anche un gioco efficace e vincente. La squadra è impostata sul tradizionale 4-3-3, e pullula di giocatori tecnicamente splendidi.

Su tutti, l’asso brasiliano Ronaldinho, diffusamente reputato il giocatore più forte del pianeta. Dinho nel 2005 è una furia che combina doti tecniche sovrannaturali, invenzioni spettacolari e “circensi”, grande abilità in tutti i fondamentali, superba efficacia. Vanta un lignaggio tecnico quasi analogo il camerunese Samuel Eto’o, vero e proprio apriscatole, per squadra blaugrana, con la sua superiore rapidità, specie in fase esecutiva. I perni attorno ai quali si sviluppa il gioco arioso di Rijkaard sono il piccolo regista Xavier Hernández, il migliore di tutti nella trionfale cavalcata domestica del 2005, e la mezzala portoghese Deco, eccellente per abilità nel fraseggio, capacità di aprire il gioco e di inventare l’ultimo passaggio. Fra i due, o nel tridente offensivo, trovano spazi importanti il giovane Andrés Iniesta, regista, mezzala, ala e rifinitore che inizia a dimostrare in pieno il suo valore, e l’attaccante svedese Larsson, bomber di notevole fattura. Parlando di bomber, il 2005/2006 è anche l’anno che vede un piccolo, funambolico argentino azzannare la storia, nonostante i ripetuti infortuni: parliamo ovviamente di Lionel Messi. In difesa, il messicano Marquéz e il roccioso Puyol sono una garanzia. In generale, il Barcellona non esprime ancora un calcio totale rivoluzionario come quello coniato poche stagioni più tardi, e vive forse più dei colpi dei singoli, ma ciò non toglie che nelle giornate migliori i catalani siano una festa di calcio spettacolo senza eguali al mondo.

La cronaca

Il decennio “zero” riscatta prepotentemente i (relativi) grigiori degli anni ’90, in termini di spettacolo, e regala al folto pubblico edizioni spettacolari della Champions League. In tal senso, la stagione 2005-2006 teme veramente pochi confronti, in quanto vede il gotha del calcio europeo esprimersi su standard elevatissimi, che nobilitano la qualità globale della manifestazione.

Ai nastri di partenza, la favorita d’obbligo è il Milan di Ancelotti, reduce dalla folle nottata di Istanbul, ma certo reputata la miglior squadra d’Europa, pronta per il bis dopo il trionfo del 2003. Le avversarie di valore, tuttavia, non mancano: dalla Juventus al Bayern Monaco, passando per le grandi di Spagna e d’Inghilterra, le pretendenti al trono sono veramente tantissime.

La cosa si intuisce sin dai gironi: nel gruppo A, Juventus e Bayern si affrontano alla pari (gli scontri diretti sono appannaggio sempre del padrone di casa di turno), mentre la concorrenza viene annientata senza troppi problemi. Nel gruppo B, l’Arsenal dà spettacolo, trascinato da un Henry sontuoso, finalmente leader vero anche in Europa. Fra le altre big, il Barcellona non ha problemi a sbarazzarsi di Werder Brema e Udinese, volando sulle ali di un Ronaldinho in versione deluxe, che contro i friulani mette a segno una splendida tripletta. Il Milan si trova invece nuovamente vis à vis con il PSV Eindhoven campione d’Olanda, che gli ha fatto vedere i sorci verdi nella semifinale del 2005, e che infatti ha la meglio negli scontri diretti. La squadra di Sheva, Kakà e Pirlo, in ogni caso, riesce a vincere il girone, raggiungendo – pur con qualche piccolo affanno – la fase a eliminazione diretta.

Il Real Madrid di Ronaldo, Raul, Figo e Zidane (una formazione di stelle tecnicamente impressionanti) soffre l’inferno contro i francesi emergenti del Lione, che gli rifilano tre sonori ceffoni in casa, ma riesce comunque a qualificarsi come secondo, pur distanziato di sei punti dai francesi. Fra le altre big, spiccano Liverpool e Chelsea, che non si fanno troppo male nel loro girone made in Britain, approdando così agli ottavi. I Reds sono la versione tirata a lucido della squadra tutta corsa, cuore e ritmi infernali che ha realizzato la rimonta del secolo a Istanbul, mentre il Chelsea di José Mourinho è una corazzata sulla quale il danaroso Ambramovich ha investito cifre folli e fuori portata per tutta la concorrenza, allestendo un potenziale dream team. Fra le italiane, c’è anche l’Inter di Roberto Mancini, che finalmente si dimostra a suo agio sui palcoscenici più prestigiosi, superando agevolmente il girone che la contrappone a Porto e Rangers di Glasgow.

Se i gironi hanno regalato poche sorprese, gli ottavi allineano tutte le grandi del vecchio continente, e sono caratterizzati da un equilibrio splendido che rende imprevedibile l’esito di molti confronti.

L’urna imbastisce duelli succosi: il Milan viene contrapposto al Bayern Monaco, ed esce trionfante dalla sfida. All’Allianz Arena Ballack gela Ancelotti con un fantastico destro da fuori, i rossoneri rischiano a più riprese di subire il secondo gol ma restano in partita, e alla fine pareggiano con un (giusto) rigore di Sheva. A San Siro la musica cambia completamente: il Milan, che si conferma tecnicamente straordinario, disputa una partita spettacolare, che diventa presto a senso unico, specie dopo il rigore che sblocca il risultato. Kakà e Shevchenko sono i due satanassi che mettono in crisi la retroguardia bavarese, e la partita si chiude con un 4-1 meritatissimo.

La Juventus soffre invece moltissimo la fisicità e la rapidità del calcio di un’altra formazione tedesca, il Werder Brema. In Germania i tedeschi giocano meglio e conquistano un 3-2 che è un raggio di luce in ottica ritorno. Al Delle Alpi le cose sembrano mettersi male: per i torinesi il fantasista francese Micoud, ex Parma, gela Buffon e i milioni di tifosi bianconeri inchiodati davanti alla tv. La Juventus reagisce ma fatica terribilmente a reggere i ritmi e l’impostazione di gioco predominante in Europa. Nel finale, il fortunoso e rocambolesco miracolo: prima Trezeguet sigla il pareggio, quindi Emerson approfitta di uno svarione del portiere del Werder, a tempo scaduto, per infilare il 2-1 che regala la qualificazione. In ogni caso, è chiaro a tutti che la Juventus, in Europa, è destinata a soffrire. Lo stesso vale per l’Inter, che affronta un’Ajax ancora classificabile fra le squadre di ottima caratura. Dopo il sofferto 2-2 di Amsterdam, a San Siro i nerazzurri provano a fare la partita, e alla fine sbloccano con Dejan Stanković, che sfrutta al meglio le sue doti balistiche per mettere in rete l’1-0 decisivo.

Lo spettacolo offerto dal primo turno a eliminazione diretta non è finito, e anzi il meglio deve ancora arrivare. Il Real Madrid delle stelle è opposto all’arrembante Arsenal di Wenger. A Londra, la tattica accorta degli spagnoli inaridisce il gioco degli inglesi, e il match si chiude con uno 0-0 che sembra regalare un vantaggio importante al Real. In Spagna, invece, l’Arsenal – senza snaturarsi troppo – chiude ogni varco e poi colpisce con un gol capolavoro ideato da Henry, che parte quasi da metacampo seminando avversari, alla stregua del Ronaldo interista. Il confronto fra spagnoli e inglesi si rinnova con l’infuocata sfida fra il Chelsea di Mourinho e il Barcellona di Rijkaard, già eliminato dal portoghese l’anno precedente, quando a Stamford Bridge i suoi uomini hanno portato a termine una furiosa, bellissima rimonta.

A Londra è ancora una volta sfida da leggenda (il confronto fra le due formazioni è destinato a segnare a lungo la storia della manifestazione). Il Chelsea di Lampard, Terry e altri giocatori di prima fascia subisce per la verità un’espulsione parsa eccessiva, per l’intervento del terzino Del Horno sul giovane, inarrestabile Messi, ma riesce comunque a portarsi in vantaggio con un colpo di capoccia del capitano. Il Barça reagisce da grande squadra: Dinho pennella per Marquéz che firma il pari, quindi Eto’o con un colpo di testa imperioso beffa Cech e ipoteca la qualificazione. In Spagna si attende la reazione del Chelsea, ma il Barça controlla la partita per 90 minuti, portandosi in vantaggio con una prodezza di Dinho, prima del pari timbrato da Lampard nel finale, su rigore molto generoso concesso agli inglesi.

Nei quarti lo spettacolo non accenna a ridimensionarsi.

Il Barça, dopo le sofferenze di Lisbona, ha ragione per 2-0 del Benfica grazie alla coppia d’oro Eto’o-Ronaldinho, che confeziona assist (reciproci) e conclusioni determinanti, confermando di attraversare un momento d’oro.

Anche il Milan avanza: i francesi del Lione incartano il gioco dei rossoneri in casa, e a San Siro li costringono a lungo sull’1-1, sfiorando anzi il gol decisivo con gli ottimi Malouda, Govou e Juninho. Nel finale l’assalto rossonero, telecomandato da un Seedorf in versione Champions, dà i suoi frutti: Inzaghi si infila fra le maglie strette dei francesi per un tap-in complicato e sigla il 2-1, quindi Shevchenko dilaga costruendo il 3-1 in contropiede. Il turno è invece letale per le altre due squadre italiane. L’Inter soffre il palleggio insistito del Villareal e a San Siro chiude con un antipatico pareggio per 1-1. In Spagna, un Riquelme maestoso trascina la matricola a un successo clamoroso, mentre in Italia la squadra nerazzurra è sommersa dalle critiche e ancora vittima dei suoi celebri interismi.

La Juventus conferma a sua volta di patire il calcio veloce e tecnico delle grandi europee, ed esce malamente da Highbury, dove un grande Arsenal, guidato in cabina di regia dal diciannovenne Fabregas e in attacco dal solito, imprendibile Henry, mette a segno un 2-0 che poi difende senza soffrire a Torino. Le ragioni dell’eliminazione le sintetizza Buffon: “In Champions non vinci, se non tiri mai in porta“. La verità è però che il centrocampo muscolare della Juventus è più adatto al calcio tattico e chiuso che si pratica sui nostri campi, piuttosto che ai ritmi delle grandi competizioni europee.

Siamo giunti alle semifinali: i sorteggi mettono a confronto Milan e Barcellona, le due grandi favorite, mentre sull’altro fronte se la giocano Arsenal e Villareal.

A San Siro il calcio celebra la sua festa in termini di tecnica: da un lato ci sono Pirlo, Seedorf, Kakà, Shevchenko; dall’altro Deco, Iniesta, Ronaldinho, Eto’o. La partita è bellissima, tesa, molto equilibrata: nella ripresa i catalani prendono il sopravvento e Dinho inventa per Giuly l’assist decisivo, che consente agli spagnoli di tornare a casa con uno 0-1 importante. Sulle Ramblas, il Milan prova a giocare a viso aperto, ma soffre il fraseggio rapido e insistito dei catalani, che creano più occasioni, meritando infine la qualificazione, nonostante un grossolano errore dell’arbitro, che blocca Shevchenko – mentre si appresta a mettere il pallone in porta – per un fallo mai commesso su Puyol.

L’altra semifinale è altrettanto palpitante: il Villareal dimostra di potersela giocare alla pari con l’Arsenal, che però a Londra prevale per 1-0, dopo un incontro molto equilibrato. Al Madrigàl gli spagnoli fanno la partita,  e hanno con il loro uomo chiave, Riquelme, l’occasione per marcare il gol che rimetterebbe tutto in discussione. Per loro sfortuna, tuttavia, i gialli sono traditi dal sublime Roman proprio nel momento meno opportuno, in quanto l’argentino fallisce il rigore decisivo, e consente all’Arsenal di giocarsi – per la prima volta nella sua gloriosa storia – la Coppa più importante.

La finale si gioca a Parigi, e mette a confronto due concezioni del calcio quasi simmetriche, pur con le significative differenze di scuola (il calcio inglese è più veloce, quello spagnolo più raffinato). Il Barça per la verità non inizia benissimo, perché Dinho (il grande protagonista, sino a quel momento) sembra decisamente in serata no, e l’Arsenal è bravo nel concedere pochi spazi ai fantasisti catalani. Gli inglesi non subiscono neppure il contraccolpo dell’espulsione di Lehmann al diciottesimo minuto: a sorpresa, infatti, il difensore centrale Campbell è bravissimo a svettare in area di rigore, e insacca con un gran colpo di testa una punizione di Henry, beffando Valdes. Per i catalani si profila all’orizzonte l’ennesima beffa.

Nella ripresa l’atmosfera cambia radicalmente: Rijkaard azzecca i cambi, perché manda in campo il guizzante Larsson e il genio morbido di Iniesta, che contribuiscono in modo decisivo a rovesciare la partita, risultando i migliori in campo. Prima infatti Andrés disegna con uno dei suoi geniali filtranti (suo marchio di fabbrica) l’assist – spizzato dallo svedese – che Eto’o trasforma in oro, pareggiando il gol di Campbell. Quindi, nel finale, lo stesso Larsson serve il laterale destro Belletti, uno fra i pochi “operai” della formazione catalana, il quale si infila in area e batte Almunia con un destro da distanza ravvicinata, prima di crollare a terra, incredulo davanti all’importanza capitale della giocata, che cambia la storia del suo club.

Le Ramblas possono così festeggiare il secondo titolo della loro storia, un titolo che dà inizio a una stagione irripetibile per i colori blaugrana.

Miglior giocatore della manifestazione: Ronaldinho e Samuel Eto’o (Barcellona)

Capocannoniere: Andreij Shevchenko (9 reti; Milan)

 

 

 

Su Francesco Buffoli

Francesco, 33 anni, è un avvocato ammalato di musica e di calcio, che ama più di ogni altra cosa i giocatori dotati di grande tecnica e di fantasia, per lui la vera essenza di questo sport

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