Coppa dei Campioni 1963-1964

I Campioni: Nasce la Grande Inter

Dopo il successo targato Rocco-Rivera, Milano si conferma sul tetto d’Europa anche la stagione successiva, dando inizio all’epoca d’oro del calcio italiano.

Il 1963-1964, infatti, consacra l’Inter di Herrera e di Moratti fra le grandi del mondo.

La costruzione del dream team, per la verità, è stata lunga e laboriosa, per Moratti padre (esattamente come lo sarà alcuni decenni più tardi per il figlio, ma qui i risultati sono decisamente più brillanti). Angelo ha puntato su allenatori e campioni diversi, innamorandosi più di ogni altra cosa della classe del viveur Angelillo, prima di trovarsi a scaricarlo su pressione del generale Herrera.

La chiave del successo è invero proprio il tecnico spagnolo, che lavora nell’ombra con il geniale stratega Italo Allodi e che – liberatosi dell’asso argentino, che mal si adatta alla sua concezione del calcio – allestisce una squadra straordinaria. Il primo, fondamentale tassello della rinascita è  l’architetto di Barcellona, quel  Luis Suárez che – già premiato con il pallone d’oro e diffusamente reputato il miglior centrocampista del mondo – durante la finale del 1961 ha lasciato a bocca aperta proprio Angelo e Italo, inducendoli a un importante sforzo economico per portarlo a Milano.

Luisito è un mediano infaticabile, un regista illuminato con sette polmoni che con il tempo limita la propensione alla rifinitura e si trasforma in vero e proprio direttore d’orchestra, nel vero uomo chiave dei successi dei nerazzurri. Al suo fianco, nella stagione 1962-1963 che riporta lo scudetto, trovano la consacrazione numerosi talenti autoctoni, tutti fondamentali per il successo europeo dell’anno successivo.

In difesa, il carisma scorbutico del leader Armando Picchi, libero classico che spazza l’area con classe e con una determinazione quasi sovrannaturale. Sulla destra, dopo i chiaroscuri del periodo torinese, si impone la scorza dura di Tarcisio Burgnich, forse il miglior marcatore italico di tutto il dopoguerra, al pari di Claudio Gentile e dello zar Vierchowod. La fascia sinistra si inchina alla superba falcata del gigante Cippe Facchetti, che alla prima stagione da titolare contende nientepopodimenoche a tale Schnellinger il titolo di miglior terzino sinistro d’Europa, e che si conferma all’impatto con la Coppa dei Grandi.

Nel reparto offensivo, al genio sublime e discontinuo dell’artista Mario Corso si affianca l’adrenalina esplosiva di Sandro Mazzola, punta mobile che a soli 22 anni si consacra fra i massimi attaccanti d’Europa e del mondo.

Herrera amalgama il superiore talento dei suoi in una miscela esplosiva, dove la coriacea difesa consente di ideare un “catenaccio-spettacolo” aggressivo e fulminante che personalizza la rivoluzione di Nereo Rocco.

La qualità delle rivali eliminate lungo il percorso – ma direi più la qualità dell’intera manifestazione, fra le più entusiasmanti e spettacolari di sempre – non lascia dubbi: l’Inter è la miglior squadra del mondo e – con ogni probabilità – la miglior squadra di club mai nata dentro i nostri confini, insieme naturalmente al Grande Milan degli olandesi.

La cronaca

La Coppa dei Campioni assomiglia tremendamente alla Coppa Latina. I titoli – dal 1956 – li portano a casa solo spagnoli, portoghesi e italiani, e nel settembre del 1963 – naturalmente – sono ancora le squadre provenienti da questi paesi a fare la voce grossa.

Il lotto delle favorite è ampio: il Milan di Rocco, illuminato dalla superiore visione di Gianni Rivera, parte alla ricerca del bis. Al suo fianco, ruggisce la prepotenza tecnico-atletica del Benfica, che vuole riscattare la sconfitta di Wembley.

Il Real, canuto e bianco, vuole lasciare ancora una volta il segno, dall’alto del talento superiore dei suoi attempati fuoriclasse. Fra le big, naturalmente, si inserisce l’Inter scudettata, così come l’Everton campione d’Inghilterra.

Temuto è anche il Borussia Dortmund ricco di campioni: su tutti, spiccano il superbo portiere Hans Tilkowski, il poderoso Konietzka (autore del primo gol nella storia della Bundeslinga, nel 1963) e il fuoriclasse (un attaccante esterno di qualità) Emmerich. I campioni di Germania sono uno squadrone che in casa sembra in grado di annichilire qualsiasi avversario, grazie a ritmi di gioco impressionanti e alla rapidità degli scambi fra gli uomini d’attacco (peculiarità che ancora oggi caratterizza il gioco della squadra).

L’urna mette subito alla prova la tenuta tecnica e psicologica dell’Inter, costretta a salire sul Mersey, al Goodison Park. In trasferta il catenaccio di Herrera chiude ogni sbocco al gioco rapido e aggressivo, ma prevedibile, dei britannici. Al ritorno, un’Inter ancora in fase di rodaggio controlla e punisce gli avversari con un guizzo dell’ala brasiliana Jair, cruciale nelle ripartenze con il suo fulminante cambio di passo.

Nel frattempo, il Real Madrid segna a raffica e sembra ancora sulla cresta dell’onda, tanto da candidarsi seriamente al successo; il Milan, dopo un sofferto 1-1 in Scandinavia, ha ragione per 5-2 dei discreti svedesi del Norrköping. Gli slavi del Partizan, trascinati dalla classe di Milan Galić e dal senso del gol del valido Kovačević, esibiscono un calcio offensivo e spettacolare, e sono la classica mina vagante.

La prima sorpresa della competizione arriva dalla Renania: il Benfica, reduce da due titoli e da una finale persa sul filo di lana, viene annichilito a sorpresa dal Borussia con un altisonante 5-0, che mette in luce la folgorante rapidità del gioco dei teutonici, trascinati nell’occasione dall’esuberanza di Franz Brungs, capace di 3 reti. Il risultato fa tanto scalpore che in molti iniziano ad assegnare ai tedeschi la palma di favoriti numero uno del torneo, accanto al Real.

I quarti regalano altre emozioni: l’Inter è contrapposta al calcio tutto estro e fisicità del Partizan, e riesce a imporsi con meno problemi del previsto. A Belgrado, infatti, gli slavi non trovano spazi e vengono puniti dai rapidissimi contropiede orchestrati da Luisito, che valorizza lo scatto elettrico di Sandro Mazzola e di Jair per timbrare un 2-0 che non ammette repliche. A San Siro infatti i ragazzi di Herrera controllano in scioltezza e con un 2-1 meritato guadagnano la semifinale.

I quarti sono il turno fatale al Milan, che si becca un Real ancora meraviglioso, capace al Chamartìn di punire la squadra di Rocco con un 4-1 limpido. Impressionante come i vecchi Alfredo Di StéfanoFerenc Puskás, non lontani dalla quarantina, siano ancora cannonieri e anzi giocatori formidabili, in grado di disporre dei campioni in carica con disarmante facilità.

In semifinale, oltre a nerazzurri e madrileni, arrivano il Borussia e la matricola Zurigo, favorita da calendario senza insidie.

Il Real annienta i non eccezionali svizzeri con un complessivo 8-1, conquistato senza sforzi e tale da incoronare ancora una volta gli spagnoli come il team favorito per la conquista di quella che sarebbe la sesta coppa.

L’altra semifinale è leggenda. In Germania la prepotenza atletica di Emmerich e compagni mette in difficoltà i nerazzurri, che però ribattono colpo su colpo, trascinati da un Mario Corso in serata di grazia che firma il benaugurante 2-2. Sandro Mazzola ricorda spesso con piacere quella serata, e l’importanza del genio del piccolo veronese per la Grande Inter: “Corso era discontinuo, ma quando lui era il migliore in campo, noi non perdevamo mai“.

Al ritorno sono ancora una volta gli spietati contropiede, orchestrati dal sinistro magico di Mariolino e dalla superiore visione di Luisito, a confezionare un 2-0 limpido e meritatissimo (ancora Mazzola decisivo sotto porta), che proietta i milanesi verso la finale di Vienna.

Al Prater il Real parte forte: i vecchi leoni vogliono chiudere in gloria, confermandosi ancora una volta i più forti.

Herrera però inventa la serata del catenaccio perfetto, sublimando il calcio all’italiana su livelli celestiali. Davanti a 20.000 appassionati giunti in massa da Milano, l’arrogante genio ispanico inaridisce le fonti di gioco dei rivali, francobollando Tagnin a Di Stéfano (che gioca l’ultima partita della sua inarrivabile carriera), limando la propensione offensiva di Giacinto Facchetti (che annulla l’altro fuoriclasse Amancìo), consegnando Ferenc al rude trattamento di Guarneri e del carismatico Picchi. Nel frattempo, Suárez dirige con il suo magistero, confermandosi cruciale anche in copertura, e davanti la straordinaria rapidità di esecuzione di Sandro Mazzola punisce le disattenzioni difensive dei rivali, firmando un 3-1 che proietta i nerazzurri nella leggenda.

A fine partita, un Puskás ammirato si avvicina a Sandro e gli regala il complimento più bello: “Ho rivisto Valentino….”

Moratti, nel frattempo, si commuove e tutta la Milano nerazzurra può consumare la vendetta sui cugini freschi campioni d’Europa, dimenticando così anche la sconfitta patita dal Bologna di Haller e di Bernardini nello spareggio-scudetto.

La cosa bella è che questo successo, per la Grande Inter, non è che l’inizio di un’avventura irripetibile, e forse senza eguali (in termini di risultati) nella storia del nostro calcio.

Miglior giocatore della manifestazione: Luis Suárez Miramontes (Inter) e Sandro Mazzola (Inter)

Capocannoniere: Sandro Mazzola (Inter), Vladica Kovačević (Partizan Belgrado), Ferenc Puskás (Real Madrid), 7 reti

 

Su Francesco Buffoli

Francesco, 33 anni, è un avvocato ammalato di musica e di calcio, che ama più di ogni altra cosa i giocatori dotati di grande tecnica e di fantasia, per lui la vera essenza di questo sport

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