Piramide World Player (1980-1984)

27 Jun 1984: Portrait of Michel Platini of France before the European Championship final against Spain at Parc des Princes in Paris. France won the match 2-0. Mandatory Credit: Allsport UK /Allsport

1980

World Player: KARL-HEINZ RUMMENIGGE

Il Bayern ritorna al titolo in patria, e soprattutto la Germania vince gli Europei. In comune, le due formazioni hanno tanti nomi, ma su tutti svetta lo strapotere pirotecnico di Kalle Major, goleador e assist man letale, il migliore senza soluzione di continuità nelle varie manifestazioni. Di certo, nel 1980, il giocatore più forte d’Europa è il mobile e debordante attaccante tedesco, oggi forse un po’ sottostimato rispetto alle sue potenzialità e alla sua straordinaria carriera.

Al secondo posto, solo causa minore visibilità internazionale, si conferma Maradona. La sua stagione in Argentina è astrale: 43 reti in altrettante partite, con un Argentinos Juniors portato per mano a giocarsela con le grandi, quindi l’approdo a fine anno al Boca Juniors. E parliamo di un ragazzo fresco ventenne: robe dell’altro mondo (considerato che il calcio argentino dell’epoca vale i migliori del vecchio continente). L’Argentina è tutta ai suoi piedi, e il mondo inizia a scoprire il suo talento inarrivabile durante le prime tournée degli xeneises, pagati a peso d’oro per mettere in mostra il loro gioiello.

Agli Europei d’Italia, dopo Rummenigge, il più bravo fra i tedeschi è Bernd Schuster, biondo regista del Colonia a sua volta giovanissimo, che magari non è troppo rapido, ma che diventa sublime nella circostanza per efficacia, visione di gioco e capacità di bucare gli avversari (specie nei due match clou). Per gli osservatori, l’uomo chiave del successo tedesco è proprio lui, anche se non sempre parte titolare.

Il Nottingham Forest si conferma sul trono del calcio europeo, e questa volta il giocatore determinante fra le sue fila è il longevo, straordinario Peter Shilton: la sua stagione è memorabile, ma più di ogni altra cosa Peter è insuperabile nella finale giocata contro l’Amburgo, perché para davvero di tutto e non sbaglia una mossa, consacrandosi per l’ennesima volta come uno dei massimi portieri del mondo. Zico e Platini stanno diventando sempre più grandi: il brasiliano è campione nel suo paese ed è il giocatore più acclamato per la spettacolarità delle sue giocate; Michel passa al Saint-Étienne (la squadra più importante di tutta la Francia) senza che la sua classe soffra il salto di categoria (anche sotto porta: Michel segna con una continuità impressionante). Torniamo al campionato europeo per nazioni: la sorpresa è un Belgio totale, quasi impossibile da affrontare per il ricorso parossistico al fuorigioco, dove spicca la classe completa di Wilfred Van Moer, il più bravo di tutti nell’occasione, un regista offensivo dotato di un bagaglio tecnico-atletico notevole. L’Italia non si prende il titolo, ma il miglior difensore del campionato per nazioni, in costante ascesa di rendimento anche in patria, è Gaetano Scirea, giunto nella fase matura della carriera, difensore universale: perché non solo chiude i varchi come nessuno, ma in mezzo è regista raffinato e davanti vero uomo in più, capace di creare scompiglio fra gli avversari. Sempre fra gli azzurri, decolla l’elettrico e imprendibile Marco Tardelli, coyote dall’anima olandese, dotato di una tempra agonistica invidiabile, che non solo gioca un campionato coi fiocchi, ma che si prende pure la libertà di umiliare e di cancellare tale Keegan nel confronto diretto fra Italia e Inghilterra. Approda in Italia, nel 1980, con la riapertura delle frontiere, anche il “vecchio” Ruud Krol, emigrato in Canada a svernare e reputato bollito, che invece impatta come nessuno sul nostro calcio, tanto da meritarsi il soprannome di califfo. L’olandese, libero sui generis e regista vero, e porta il Napoli fra le grandi, guadagnandosi la medaglia di giocatore chiave del torneo nazionale, e smentendo così le teorie in voga all’epoca sul “sistema” Ajax.

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1981

World Player: ZICO

Il civettuolo Galinho nel 1981 è il più grande giocatore del mondo (Rummenigge permettendo). In patria segna un po’ meno, ma la sua Coppa Libertadores è fra le cose più luminose che vi possa capitare di vedere in un campo di calcio. Il Flamengo è arte pura e si permette il lusso, a dicembre, di massacrare il grande Liverpool nella Coppa Intercontinentale. Il migliore in campo? Indovinato, sempre lui, il rifinitore capace di illuminare il cielo con il suo passo felpato, un controllo di palla che incarna il concetto di perfezione e i suoi letali calci da fermo.

Se c’è qualcuno che può usurpare il trono di Zico, nel 1981, questi è Rummenigge. Ancora una volta la sua stagione è fantastica: segna 29 reti in Bundesliga, è leader e trascinatore anche in Coppa dei Campioni, fino allo scoglio Liverpool, contro cui si infrangono i sogni dei tedeschi. Cambia poco, per Kalle Major, all’apice della sua grandissima carriera: il più forte nel Vecchio Continente è senza dubbio lui.

Terzo, il Divino Scorfano che verrà, Diego Armando Maradona: l’impatto con il calcio delle grandi non ha paragoni, Diego prende subito per mano il Boca Juniors, segna 28 reti in 40 partite, vince il Metropolitano, attira le attenzioni di tutte le grandi d’Europa. Ma soprattutto il suo calcio sembra del tutto nuovo, ancorché lui sia un fantasista sudamericano “tradizionale”: perché il suo dribbling e le sue invenzioni impossibili deflagrano sul campo di gioco a velocità supersonica, il baricentro basso a la forza compattata dentro i suoi 166 centimetri lo rendono anche atleticamente inarrestabile.

Il Liverpool di Paisley è per la terza campione d’Europa, e il suo giocatore più bravo (benché ignorato dai ciechi giurati dell’epoca) è il metronomo e cervello scozzese Graeme Souness, che si reinventa anche uomo gol, ed è pressoché costantemente il migliore in campo. Alla sua vertiginosa altitudine gioca anche il grande talento Terence McDermott, centrocampista mobile e di qualità, abilissimo sotto porta, colto nel momento più spettacolare della lunga militanza con i Reds. La stella degli Europei d’Italia, Bernd Schuster, ha solo 21 anni, ma vola a Barcellona per confermarsi uno dei centrocampisti meglio dotati in termini di visione di gioco di tutto il continente: il titolo torna sulle Ramblas e lui è il più bravo del campionato ispanico. Nel Bayern di Monaco, la squadra più completa e spettacolare d’Europa, disputa la stagione perfetta anche il vecchio leone Paul Breitner, già protagonista della Germania pigliatutto del decennio precedente, da tempo riciclatosi tuttocampista eccezionale in entrambe le fasi. Nel campionato italiano divampano le polemiche per il gol di Turone, ma per tutti è evidente, più di ogni altra cosa, che l’ottima Roma ha potuto fare il salto di qualità perché nelle sue fila milita il miglior regista in circolazione, Falcão, come Schiaffino un altro genio della semplicità. Incanta sempre francesi e appassionati di tutto il mondo l’asso Michel Platini, giocatore meraviglioso, capace di trasformare le punizioni in poesia, micidiale sotto porta sia in Ligue 1 che in Coppa UEFA, dove porta il Saint-Étienne ai quarti, ma è diffusamente reputato il più bravo della competizione. Con gli anni ’80 il grande talento tecnico torna a farla da padrone, e nel Flamengo che vince tutto, dopo Zico, il più bravo è un terzino sinistro che può giocare in mille ruoli diversi, dotato di classe sopraffina – quasi da fantasista – e di notevole tempra agonistica: Léo Junior.

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1982

World Player: PAOLO ROSSI

Nei mondiali di Spagna, fra i più avvincenti e tecnicamente ricchi di tutti i tempi, si consacra le Leggenda di Pablito. L’attaccante, reduce dalla squalifica per il calcio scommesse e da stagioni in chiaroscuro, considerato finito a soli 25 anni, dopo un inizio imbronciato si riscatta e segna tutte le reti decisive, mostrando un fiuto del gol e un tempismo non comuni, grande mobilità e agilità. Il giocatore più decisivo per le sorti del calcio mondiale, nel 1982, è indiscutibilmente lui. E allora il primo posto non può davvero sfuggirgli.

Il Brasile di Telé Santana fallisce l’appuntamento con la storia, pur esprimendo un calcio-arte unico e pur vantando una batteria di centrocampisti con pochi precedenti. L’uomo che più di ogni altro incarna la vocazione allo spettacolo e al divertimento dell’ultimo Brasile “vero” è il solito Zico, il bomber della squadra di Santana, forse il migliore in assoluto anche contro l’Italia, nello storico pomeriggio di Barcellona. Peraltro, anche la sua stagione in patria, impreziosita da prestazioni sontuose e da 44 reti in 48 partite, è semplicemente da incorniciare.

Il giocatore che inventa le giocate risolutive nell’Italia del vécio Bearzot è per Pelé (e non solo) l’ala della Roma Bruno Conti, brasiliano d’Italia che dopo un inizio di carriera altalenante (a Roma si parla di un soprammobile di lusso) si trasforma in fuoriclasse vero e decisivo, che ai mondiali costruisce assist e giocate di raffinata precisione senza soluzione di continuità: il podio non può davvero sfuggirgli.

Il suo compagno di squadra Falcão non è molto da meno, il suo raziocinio e la visione di gioco superiore gli consentono di vivere una stagione magica e un mondiale da protagonista assoluto. L’Italia campione merita almeno altre tre citazioni: il vecchio orso Dino Zoff, alla soglia del 40, non sbaglia una virgola ed è determinante per il successo tricolore, specie contro il Brasile. Peraltro, anche in campionato viene considerato ancora il più bravo di tutti, tanto che diversi quotidiani sportivi lo eleggono quale numero uno della stagione vincente dei bianconeri, a conferma della sua inarrivabile longevità e della sua invidiabile professionalità. Al suo fianco, l’immenso, sfortunato amico Gaetano Scirea: il gentiluomo d’altri tempi è anche difensore innovativo ed elegantissimo, e risulta quasi commovente nella finale con la Germania (quale altro libero avrebbe avuto il cuore di spingersi fino all’area avversaria per fare un assist di tacco, in quella situazione?). Il titolo mondiale per lui è il momento più alto di una carriera impareggiabile, la perla che consente di metterlo accanto a Kaiser Franz senza che lui sfiguri. Infine, tocca al divino Giancarlo Antognoni, “putto” di Firenze ritenuto da anni bellissimo da vedere, ma poco utile, che riscatta una carriera da campione senza titoli con il superbo mondiale di Spagna (torneo che bissa, peraltro, le notevoli prestazioni del mondiale argentino, a conferma della sua caratura internazionale). La Francia esprime per lunghi tratti il calcio più bello del torneo, con i brasiliani, e asso transalpino, più che un comunque ottimo Platini, è il piccolo cursore e cervello del centrocampo Alain Giresse, non a caso capace di sfiorare il pallone d’oro. Sempre in Spagna, rovescia letteralmente da solo almeno una partita (contro il Belgio) il prossimo juventino Zbigniew Kazimierz Boniek, centrocampista e attaccante fisicamente esplosivo che si avvia a vivere momenti esaltanti anche in Italia, prima a Torino e poi a Roma.

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1983

World Player: MICHEL PLATINI

Michel sbarca a Torino a 27 anni, dopo i discreti (e nulla più) mondiali di Spagna. I primi mesi non convincono: Platini sembra una primadonna capace di lampi impressionanti così come di stucchevoli scene mute. Si capirà presto che il rendimento altalenante è dovuto alla pubalgia e alla durezza del nuovo calcio, più probante rispetto a quello transalpino: perché dopo qualche mese Platini diventa Platini, ovvero un asso inarrivabile, che segna un gol a partita in Serie A e che incanta in Coppa dei Campioni, pur mancando l’appuntamento con la vittoria.

Falcão con il Brasile è stato invece maestoso, ma non ha vinto: il campionato più bello del mondo gli offre l’occasione per prendersi la più sontuosa delle rivincite, portando a Roma un tricolore atteso da una vita. Il regista illumina il gioco dei giallorossi e contende a Michel la palma di miglior giocatore del campionato, pur essendo molto meno efficace in zona gol. Importa poco: il Divino gestisce decine di palloni senza sbavature, fa apparire come semplici le giocate più illuminanti, è il perno attorno al quale ruota il gioco arioso ideato dal Barone Liedholm. E sbaglia forse un paio di partite lungo tutta la stagione.

Terzo gradino del podio per un altro deluso di Spagna, Maradona. L’approdo al calcio europeo gli consente infatti di compiere l’ultimo balzello e di entrare a testa alta nella ristretta cerchia dei grandissimi conclamati: Diego a Barcellona è un’ira di dio e la stampa lo incorona miglior calciatore della penisola iberica senza pensarci un attimo. Il futuro è tutto suo: l’argentino sembra un veterano ma è non ha ancora ventitré anni. Le sue invenzioni ai confini fra lo sberleffo e la magia lo trasformano nell’oggetto dell’ammirazione incondizionata di tutti gli appassionati del pianeta.

Fuori dal podio per puro caso l’immenso Zico: dopo un’altra stagione da protagonista nel Flamengo, Zico emigra in Italia nel settembre del 1983 (bei tempi). La stampa storce il naso: è abituato al calore e alle difese più allegre del Sudamerica, ha 30 anni, è in declino, bene che vada gli serviranno diversi mesi per adattarsi, così come sono serviti a Platini. Già: Zico debutta a Genova e segna subito due reti, incantando con il suo calcio elegante e fantasioso (incredibile il controllo di palla in corsa; le sue punizioni, poi, sono invocate come fossero rigori). E il resto della stagione è una festa di calcio-spettacolo che meraviglia tutta la penisola. Torniamo all’Europa: nel Liverpool che si prende di prepotenza il campionato inglese torna a giocare in modo vertiginoso il grande scozzese Kenny Dalglish, calciatore dell’anno della PFA, cannoniere, infaticabile giocatore di classe. L’Aberdeen campione di Scozia vince a sorpresa la Coppa delle Coppe, e il suo uomo più importante è il centrocampista di scuola tipicamente britannica Gordon Strachan, oggi CT degli Highlanders, che disputa un’annata stellare e merita di figurare fra i più bravi. Brunetto Conti è con il brasiliano Falcão il giocatore chiave della Roma scudettata, e risulta fondamentale con le sue scorribande, l’inventiva celestiale, lo spettacolo di finte e di colpi di genio. In Sudamerica, il giocatore dell’anno è il filosofo Sócrates, all’apparenza lento, ma dotato di un’intelligenza superiore (per Pelé, nessuno meglio di lui quanto a intuito e visione del campo) e di due piedi che cantano. Sócrates è ideatore della democrazia del Corinthians, e nel 1983 (dopo l’ottimo mondiale di Spagna) disputa una stagione sontuosa, portando i suoi al titolo nazionale. Altro grande meritevole di una menzione è il bosniaco Safet Sušić, talento tecnico superbo (micidiali i suoi dribbling) che nel cuore dei francesi prende il posto dell’asso Platini: approda in Ligue 1 nel 1982 ed esibisce subito il suo calcio imprevedibile, vincendo il titolo di miglior giocatore del campionato e portando a Parigi la Coppa di Francia. Infine, ecco il centrocampista tedesco Felix Magath, da tempo valido elemento dell’Amburgo campione di Germania, che passa alla storia per il destro che beffa Zoff, portando fra i teutonici l’insperata Coppa dei Campioni.

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1984

World Player: MICHEL PLATINI

Il 1984 è una fra le poche annate solari che non ammettono discussioni. Platini ha 29 anni ed è nel momento di massimo splendore della sua carriera. Nella Juventus vince il titolo ma soprattutto spiazza la platea (così come i rivali), dimostrando di essere due, anzi tre giocatori in uno: Michel è regista, è rifinitore ed è poi capace di segnare con una continuità superiore a quella dei bomber di professione. Il suo Europeo di casa è poi la miglior prestazione individuale della storia della competizione, e non solo per i 9 gol, ma anche per l’apporto centrale al gioco spettacolare allestito da Hidalgo. Nel 1984, il numero uno del mondo è indiscutibilmente l’elegante fantasista d’oltralpe, il Morrissey del calcio, un artista apparentemente “fragile”, che sembra partorito da un calcio antico, e che pure si fa beffe dell’agonismo imperante, potendo sollevare il mondo con l’ausilio di piedi e cervello magici.

Un altro fuoriclasse francese merita la seconda posizione: Jean Tigana. Il mobile tuttofare della nazionale disputa infatti un torneo sontuoso, che può passare in secondo piano soltanto al cospetto dell’inarrivabile prestazione regalata dal compagno di squadra. Tigana è cursore, costruttore, mediano infaticabile, regista aggiunto. In una parola: tutto.

Sul gradino più basso del podio crediamo possa stazionare il gallese Ian Rush, centravanti micidiale del Liverpool che – ancorché vecchio e per tutti appagato – scende a Roma e supera la squadra di Liedholm nella sofferta finale di Coppa Campioni. Rush è un castigo di dio: servito alla perfezione dai compagni, specie con fendenti verticali che tagliano la difesa avversaria, mette a segno 32 reti nel campionato inglese e 5 gol pesantissimi in Europa.

La top ten contempla un altro grande scozzese, quel Graeme Souness che a Liverpool adorano da un bel pezzo, già attore principale del successo del 1981. Souness nel 1984 è a fine carriera ma regala ancora lampi di classe e di forza, e fornisce un essenziale contributo alla cavalcata trionfale dei suoi, sia in patria che in Europa. France Football celebra la meravigliosa stagione del fuoriclasse danese Preben-Elkjaer Larsen, centravanti letale soprattutto nelle ripartenze, che fa sfracelli in Belgio e poi, soprattutto, con la sua nazionale, fra le poche in grado di incartare il gioco arioso dei transalpini. A settembre Larsen si sposta a Verona: per lui il 1984 è solo l’inizio. I campionati europei legittimano le ambizioni di un Portogallo temibilissimo, che trova nell’ala Fernando Chalana un giocatore vero, di grande qualità e di sostanza. Altro francese sugli scudi nel torneo di casa è Alain Giresse, il perno attorno al quale si muovono gli altri fuoriclasse, da tempo leader incontrastato del grande Bordeaux. La storica epopea della Roma, che vede i sogni morire sul più bello, induce a citare ancora una volta il suo principe, Falcão, così come il suo sottostimato, fortissimo centravanti, Roberto Pruzzo, un ariete imprendibile nel gioco aereo, che brilla soprattutto fra semifinali e finale. Calciatore sudamericano dell’anno è l’elegantissimo uruguaiano Enzo Francescoli, già importante per i suoi in Coppa America l’anno precedente, rifinitore squisito che si concede il lusso di inventare 29 reti al debutto nel campionato argentino, facendo subito innamorare i palati fini del Monumental dove gioca il suo River Plate.

Su Francesco Buffoli

Francesco, 33 anni, è un avvocato ammalato di musica e di calcio, che ama più di ogni altra cosa i giocatori dotati di grande tecnica e di fantasia, per lui la vera essenza di questo sport

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