Champions League 1998-1999

I campioni: La riscossa dei Fergie Boys

Il calcio ha i suoi dogmi, scolpiti nel DNA: gli italiani danno il meglio controvento e sono maestri nel gestire le situazioni straordinarie, ma falliscono quasi sempre quando affrontano la normalità; gli spagnoli hanno l’arte nel sangue, sono bravi a torearti, ti nascondono il pallone come nessun altro, ma faticano a restare mentalmente in partita quando le cose girano male. I tedeschi hanno un carattere d’acciaio e sono capaci di ogni tipo di rimonta, non sbagliano mai nei momenti chiave, a meno che non affrontino gli italiani.

E gli inglesi sono ancora più bravi dei tedeschi, in questo specifico ambito, perché sospinti da una scintilla di follia.

La Champions League che si conclude a Barcellona il 26 maggio del 1999 è un saggio delle capacità sovrannaturali dei britannici di rovesciare il pronostico in corso di gara, di scovare la zampata decisiva quando nessuno se lo aspetta: non hanno la nostra cattiveria da soldati in trincea, non hanno la poesia nei piedi come gli spagnoli, ma hanno un cuore grande come una montagna e corrono. Corrono sempre, senza conoscere il significato della parola resa. Per questo non devi mai permettergli di restare mentalmente in partita: possono sempre fregarti (Istanbul 2005 vi dice niente?).

Il Manchester United vince la sua seconda coppa, affiancando il Nottingham, il Benfica, la Juventus e l’Inter nell’albo d’oro della competizione, al termine di rimonte rocambolesche e fuori da ogni logica, maturate prima a Torino e poi, naturalmente, nella finale più incredibile di sempre.

Alex Ferguson siede sulla panchina dell’Old Trafford da parecchie stagioni e ha fatto incetta di titoli nazionali, vantando il miglior centrocampo in circolazione. Ma in Europa, pur figurando sempre fra le grandi, ha raccolto “solo” una Coppa delle Coppe, peraltro nel 1991, e una Supercoppa Europea. Quando l’epoca magica del suo United sembra volgere al termine, ecco il successo che non ti aspetti.

La formazione è di tutto rispetto e di altissimo profilo (i tifosi juventini ricorderanno le densissime sfide con lo United che hanno caratterizzato tutta la seconda metà degli anni ’90). In porta troneggia Peter Schmeichel, a conti fatti forse il miglior portiere del globo terracqueo, in coabitazione con il tedesco Kahn. La fase difensiva non è il forte degli inglesi, ma i buoni giocatori non mancano: Stam è uno fra i centrali più insuperabili d’Europa e il perno del reparto arretrato, grazie alle sue doti atletiche straripanti, all’abilità nel gioco aereo, alla concentrazione. I fratelli Neville, Johnsen e Irwin sono ottimi giocatori di complemento.

Il centrocampo è il punto di forza: la filastrocca BeckhamScholesKeaneGiggs ha un sapore magico per tutti i bambini di Manchester, è il simbolo di un’epoca fatta di trionfi e di scontri epocali. David è una superstar del cinema ma è anche e soprattutto un’ala sui generis, forte di un piede destro sovrannaturale: la sua abilità, specie nei calci da fermo, non teme confronti. La Champions del 1999 è forse il momento più alto della sua carriera. Scholes è il leader silenzioso, un discreto segagambe dotato di classe purissima, personalità, abilità in zona gol. L’uomo chiave della manovra è proprio lui. Al suo fianco corre e lotta come un leone Roy Keane, mediano di tempra irlandese che non teme il gioco duro, quasi un calciatore d’altri tempi, il leader morale della squadra. Sulla sinistra, il numero uno dei Fergie Boys: l’imprendibile Ryan Giggs, ala dotata di un piede vellutato, facilità di corsa, senso del gol e dell’assist, grande personalità. L’uomo che può rompere gli equilibri è proprio il fuoriclasse gallese.

In attacco, conclusa l’era Cantona, ecco i Calypso Boys: due ragazzi di colore destinati a segnare la storia in modo meno profondo di altri, ma colti a fine anni ’90 in un momento magico, caratterizzato da una condizione fisica e mentale sublime, che gli consente di andare in gol con facilità. Sto parlando di Yorke e Cole. Le alternative sono due nomi di peso: l’inglese Sheringham e il norvegese Solskjaer, due riserve di lusso destinate a cambiare i connotati della storia.

La cronaca

Il calcio italiano è stremato dalle roventi polemiche arbitrali culminate nel caso Ronaldo, e dalla delusione amara patita in Francia.

Ma si presenta ai nastri di partenza con i galloni di favorito: a fine anni ’90, siamo ancora i più bravi, e in Champions siamo reduci da sette finali consecutive. Naturale quindi che la palma di squadra da battere sia nelle mani della Juventus di Marcello Lippi, reduce da un successo e da due sconfitte inattese nelle tre precedenti finali. A inizio stagione, però, in quel di Udine cambiano per sempre la carriera di Del Piero e forse la storia della Juve: un brutto infortunio lo toglie di mezzo per tutta la stagione (e ne minerà a lungo il rendimento), e i bianconeri, senza il loro uomo di punta, vista anche la stagione in disarmo di uno Zidane appagato dal titolo mondiale, in campionato faticano terribilmente. L’Europa diventa quindi il luogo elettivo ove riscattarsi.

In Champions, dopo 9 anni di assenza (nel 1989, ecco l’umiliazione patita dal Malmoe), fa il suo ritorno l’Inter di Gigi Simoni, e poi di Mircea Lucescu: una formazione discontinua e poco spettacolare, che spera però di potersi giovare ancora dell’apporto impareggiabile del Fenomeno, e aggiunge la classe cristallina del Divin Codino, che porta in dono una stagione memorabile sotto le due torri e un mondiale da riserva di lusso.

Le grandi avversarie straniere non mancano: il Real campione d’Europa è un dream team in costruzione, perché mette in campo Raúl, il capocannoniere dei mondiali di Francia Davor Suker, un campione discontinuo ma determinante come Predrag Mijatović, il miglior esterno d’attacco del mondo (Roberto Carlos) e Redondo. Il Barcellona di Rivaldo, Figo e Luis Enrique non è molto da meno, e sono temibili, ai nastri di partenza, anche il solito United e il Bayern di Monaco, che torna ad alzare la voce in Champions dopo il successo UEFA del 1996.

I gironi allestiscono accoppiamenti di altissimo profilo.

L’Inter è subito contrapposta al Real (oltre che a  Spartak Mosca e Sturm Graz). In Spagna (a Siviglia, causa squalifica dello stadio di Madrid) i nerazzurri patiscono 90 minuti di inferno ed escono dal campo con un 2-0 quasi benevolo. L’atteggiamento totalmente rinunciatario della banda di Simoni viene punito solo quando i suoi restano in dieci, ma sono eloquenti le statistiche sulle conclusioni in porta (9 a 0) e sui calci d’angolo (18 a 0). Al ritorno, a San Siro, è la serata di Roberto Baggio: l’Inter questa volta se la gioca alla pari, e nel finale il subentrante Divin Codino, in pochi minuti, confeziona due capolavori che regalano il successo ai nerazzurri, guadagnandosi gli applausi a scena aperta di tutta San Siro. La vittoria dà sicurezza ai ragazzi di Simoni (e poi del suo sostituto Lucescu), e così l’Inter espugna Graz e supera lo Spartak Mosca (Ronaldo, Zanetti e Baggio sempre i migliori), qualificandosi a sorpresa come capolista del girone, davanti a un Real che fa comunque bene il suo dovere.

Il momento grigio della Juventus emerge nel girone che la contrappone ad avversari tosti ma non impossibili come Galatasaray, Atheltic Bilbao e Rosenborg. Al debutto, Inzaghi castiga con una girata spettacolare il portiere turco, ma la Juve (rimasta in dieci) soffre poi per tutto l’incontro gli ospiti, si vede rimontare e trova poi un pari rocambolesco con il gregario Birindelli. Negli incontri successivi le cose non vanno meglio: la Juventus colleziona quattro pareggi consecutivi, salvata spesso dalle serate di grazia di Rampulla (straordinario in Norvegia) e di Peruzzi: ma il gioco latita, persino Zidane e Davids sembrano del tutto fuori fase, e l’assenza di Del Piero pesa come un macigno. La trasferta di Istanbul è burrascosa e gravata da un acceso dibattito politico (in Turchia è scoppiato il caso Ocalan): la Juventus alla fine accetta di portarsi sul Bosforo, organizza il viaggio come fosse una sorta di blitz, ma scende in campo contratta e rimedia un pari sofferto, agguantato da Amoruso. Quando l’eliminazione parte certa, arriva il miracolo: la Juventus si riscatta contro i norvegesi, superandoli al Delle Alpi, e il Bilbao supera i turchi grazie a una superba invenzione del fantasista basco Guerrero. I bianconeri si qualificano così incredibilmente al primo posto, grazie alla miglior differenza reti (tutte le squadre terminano il girone a 8 punti, eccetto i baschi, che ne mettono in saccoccia 6).

Negli altri gironi spiccano il calcio furioso e dilagante della Dinamo Kiev, trascinata da un giovanissimo fuoriclasse come Shevchenko, e dal suo degno compagno di reparto, l’ottimo Rebrov, e a sorpresa i tedeschi del Kaiserslautern, che sfruttano il momento magico di Jürgen Rische, ariete che trova con facilità la via del gol, e del rapido Uwe Rösler, altro attaccante di notevole qualità, autore di una storica tripletta ai malcapitati finlandesi dell’HJK Helsinki.

Il girone che lascia tutti con il fiato sospeso è però quello che mette a confronto tre grandi storiche del calcio europeo, ovvero Bayern, Manchester United e Barcellona, con i danesi del Brøndby a recitare la parte della vittima sacrificale. Come preventivabile, il confronto è equilibratissimo: all’Old Trafford, nel settembre del 1998, si assiste a un incontro magico, da vivere in apnea, in cui lo United tenta la fuga con Scholes, Giggs e Beckam, e il Barcellona riacciuffa sempre il risultato (decisiva la rete del pari timbrata da Luis Enrique), per un leggendario 3-3. Il ritorno al Camp Nou non è da meno: i catalani, come di consueto, nonostante patiscano l’assenza di quasi tutti i titlari giocano e lasciano giocare. I calypso Boys, imbeccati dai superbi centrocampisti di Ferguson, puniscono gli uomini di Van Gaal in contropiede, ma un Rivaldo straordinario confeziona due gol (un siluro su punizione e una spettacolare rovesciata) e Sonny Anderson timbra il 3-3. Nel frattempo, il Bayern non resta a guardare: con lo United si assiste ancora a due sfide spettacolari, che terminano sempre in pareggio (2-2 in Germania: a Elber rispondono Scholes e Yorke; 1-1 in Inghilterra, a Keane replica Hasan Salihamidžić). Poiché i tedeschi subiscono una sconfitta assurda e inattesa in Danimarca, diventa decisivo il doppio confronto con i catalani: e ancora una volta lo spirito tedesco ha la meglio. In Catalogna è il giovane, promettente Hasan Salihamidžić a punire le disattenzioni difensive degli spagnoli; in Germania una partita più cattiva e meno spettacolare del previsto viene decisa da un’invenzione di Effenberg.

Il girone termina con il Bayern capolista seguito dal Manchester, con il Barcellona che saluta subito la compagnia, per l’ennesima volta, suscitando in patria critiche a non finire.

La fase a eliminazione diretta non regala meno emozioni.

L’urna contrappone il Bayern ai compatrioti del Kaiserslautern, rivelazione della prima fase. Nonostante i propositi battaglieri della squadra “minore”, i bavaresi dominano in lungo e in largo, dimostrandosi ampiamente superiori. A Monaco la partita termina con un 2-0 che va quasi stretto alla banda di Hitzfield, timbrato da Elber e dall’onnipresente Effenberg, sempre sugli scudi. Al ritorno, il Bayern punisce severamente ogni disattenzione difensiva degli spaesati ospiti, e confeziona uno 0-4 inappuntabile, marcato dal solito Effenberg, dal gigante Jancker e dal redivido Supermario Basler, fantasista discontinuo ma di grande talento, ancorché martoriato dagli infortuni dopo il brillante avvio di carriera a Brema.

In Primavera, la Juventus chiude l’era Lippi: al suo posto subentra Carletto Ancelotti, che in campionato riaggiusta un minimo le cose, e che in Europa prova a rilanciare le quotazioni dei bianconeri. L’avversario dei quarti è temibile ma abbordabile, in quanto un’urna non troppo crudele porta a Torino l’Olympiacos di Atene. Al Delle Alpi i bianconeri, trascinati da uno Zidane finalmente in giornata, da un Davids versione pitbull e da un Conte autentico leader, maturano un 2-0 meritato, prima di subire nei minuti di recupero un giusto rigore che riapre i giochi in ottica ritorno. In Grecia, i padroni di casa, trascinati da un pubblico caldissimo, fanno la partita e con un colpo di testa di Gogic trovano l’1-0 che varrebbe la semifinale. La formazione di Ancelotti ha un sussulto di orgoglio e, dopo numerosi miracoli di Rampulla, reagisce al calcio aggressivo dei greci e timbra un pari storico con Antonio Conte, che si conferma l’uomo più dei bianconeri nei momenti di difficoltà. L’1-1, benché sofferto, vale la quinta semifinale europea consecutiva.

L’Inter deve vedersela con i Fergie Boys. All’Old Trafford i nerazzurri scendono in campo contratti, per quarantacinque minuti non toccano boccia, mentre lo Spice Boy -il migliore in campo – pennella due traversoni che Yorke trasforma in gol con due agili colpi di testa. Nella ripresa, l’Inter segna un 2-1 che pare regolare, annullato ingiustamente dall’arbitro. Ma rimane il fatto che il suo calcio ultra-speculativo e attendista, non potendo contare sulle ripartenze debordanti del Ronaldo versione 1998, in Europa assomiglia a un pesce fuor d’acqua.

Al ritorno Lucescu tenta il tutto per tutto, Ventola porta l’Inter in vantaggio e San Siro spinge i suoi verso una rimonta che non sembra impossibile. Gli inglesi però non perdono la testa, e trovano con Scholes (uno che ha sempre punito le nostre grandi) il gol della sicurezza, che vale la semifinale.

Nell’ultimo quarto, la Dinamo Kiev ha ragione contro ogni pronostico del Real Madrid grazie a uno Shevchenko stratosferico, che al Bernabéu punisce la difesa degli spagnoli timbrando l’1-1, e che in Ucraina marca i due gol decisivi per l’eliminazione. Il ventitreenne attraversa un momento di grazia assoluto che indurrà il Milan a mettergli gli occhi addosso, con gli esiti che tutti conosciamo: Shevchenko anche in Italia si confermerà un fuoriclasse di statura mondiale.

La prima semifinale vede confrontarsi il calcio scientifico della Dinamo Kiev del vecchio Colonnello e quello pratico, ma anche di ottima resa spettacolare, della banda di Hitzfield.

A Kiev si assiste a un incontro leggendario: Sheva risulta imprendibile anche per la retroguardia tedesca, e marca due gol, portando i suoi sul 2-0. I bavaresi però non stanno a guardare (ricordate la teoria sul carattere dei tedeschi?), e con Tarnat, Effenberg e Jancker trovano il giusto 3-3.

Al ritorno la partita è meno esaltante: il Bayern chiude ogni varco mentre gli ucraini faticano ad esprimere il loro gioco, e Sheva, per una volta, ronza ma non punge (Kahn gli chiude ogni varco e risulta il migliore in campo), muovendosi troppo solo. A togliere le castagne dal fuoco pensa il genio di Mario Basler, che dopo due dribbling insistiti al limite dell’area disegna una parabola magistrale con il sinistro, scovando l’angolino alto. Nella ripresa, la Dinamo Kiev prova a scuotere la difesa bavarese ma crea poco: dopo due incontri intensissimi, il Bayern raggiunge l’ennesima finale della sua gloriosa storia.

L’altra semifinale non è meno epica e spettacolare.

All’Old Trafford sembra di rivedere la vera Juventus di Lippi: i bianconeri mettono in campo il carattere dei grandi, un corsa furibonda, classe, dinamismo. E concretezza: ancora una volta, Zidane riscatta i grigiori del campionato, Davids è ovunque e Conte timbra il gol del vantaggio, ammutolendo lo stadio inglese. Sembra fatta: i bianconeri sono in palla, fanno girare meravigliosamente il pallone e rischiano poco. Nel finale però (il carattere degli inglesi) lo United reagisce rabbiosamente, allestisce assalti corali tambureggianti e al minuto ’92 trova il pari con un sinistro ravvicinato di Ryan Giggs, il migliore dei suoi.

I bianconeri hanno l’impressione di essere più forti e al Delle Alpi mettono subito alle corde gli ospiti: Zidane è ancora una volta magico, e Inzaghi si conferma uomo dei grandi appuntamenti, perché punisce per due volte l’incolpevole Schmeichel in soli 11 minuti, chiudendo apparentemente ogni discorso. Ancelotti e i suoi programmano la trasferta di Barcellona. Qui però accade l’incredibile (repetita iuvant: il carattere degli inglesi): trascinati da un Keane in versione William Wallace, da uno splendido Beckham e dai calypso boys, gli inglesi accorciano le distanze (proprio con il leader irlandese), quindi pareggiano, colpiscono due pali e – approfittando di uno svarione difensivo – scolpiscono un 3-2 leggendario con Cole, bravo a mettere in porta una corta ribattuta di Peruzzi, dopo un grande solo di Yorke. Il Delle Alpi sprofonda in un silenzio tombale, mentre i Fergie Boys celebrano una rimonta epocale, e meritata: la prestazione dello United è stata di carattere, ma anche di grande qualità, e la partita poteva concludersi con uno scarto più ampio.

La finale di Barcellona è bellissima e passa alla storia.

Il Bayern si sente più solido e forte e parte a mille. Il suo uomo più, anche questa volta, è Supermario Basler, che riscatta così le intemperanze e i tanti momenti bui della sua carriera: una sua punizione velenosa buca la barriera degli inglesi e timbra l’1-0. Per lunga parte del match pare non esserci gara: Scholl, Effenberg e Basler giocano splendidamente e sfiorano ripetutamente il 2-0 (alla fine, sono tre i legni dei tedeschi), in difesa troneggia ancora, sulla soglia dei quaranta, il mito eterno Lothar Matthäus. Gli inglesi, reduci da una stagione asfissiante e logorante su tutti i fronti, sembrano completamente fuori partita, anche se provano continuamente a bucare le difesa rocciosa degli avversari.

Anche il centrocampo, questa volta, pare infatti imbambolato dal fraseggio più efficace messo a punto dai ragazzi di Hitzfiled. Nel finale Ferguson tenta il tutto per tutto, inserendo Teddy Sheringham e Ole Solskiaer, le due riserve di lusso dei calypso boys.

Quando Collina ordina i due minuti di recupero, il risultato è ancora di 1-0 per il Bayern. Qui si assiste a qualcosa di veramente irripetibile, che può riuscire solo a una squadra inglese: Al ’91 anche Schmeichel si fionda nell’area tedesca alla ricerca del disperato pari, e proprio lui sfiora il pallone che Giggs indirizza, con una conclusione innocua, verso Kahn. Sheringham è il più lesto di tutti e timbra il pareggio in mischia.

Il Bayern crolla dal punto di vista psicologico, mentre lo United si esalta: passa un minuto scarso,  dopo un altro corner, il norvegese Solskjaer è rapidissimo a girare in porta, infilando un incredulo, sconfortato Kahn sotto la traversa. Ferguson non crede ai propri occhi, le decine di migliaia di tifosi inglesi sugli spalti sono in delirio: la Coppa, contro ogni logica e previsione, finisce in Inghilterra. Il Bayern, già scottato dalle inglesi negli anni ’80, subisce una sconfitta immeritata, che premia però l’incredibile forza mentale della squadra d’oltremanica.

Capocannoniere: Andrij Shevchenko (Dinamo Kiev) e Dwight Yorke (Manchester United) 8 reti

Miglior giocatore manifestazione: Andrij Shevchenko, Mario Basler e David Beckham

Su Francesco Buffoli

Francesco, 33 anni, è un avvocato ammalato di musica e di calcio, che ama più di ogni altra cosa i giocatori dotati di grande tecnica e di fantasia, per lui la vera essenza di questo sport

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