Champions League 2000-2001

I campioni: la Germania sopra tutto

Il Bayern Monaco non rappresenta solo una fra le poche certezze della storia della manifestazione in oggetto (con il Real, è forse l’unica squadra sempre in grado di restare ai vertici, quantomeno dagli anni ’70 in avanti), ma è anche – e forse soprattutto – una perdente di lusso, nonostante vanti ben 5 titoli. In Germania non si contano infatti le occasioni in cui il Bayern ha gettato alle ortiche trionfi considerati pressoché scontati: nel 1982 Rummenigge e soci si sono fatti incartare da un Aston Villa eroico e cinico, ma sicuramente inferiore sul piano individuale; nel 1987 i tedeschi hanno subito una rimonta inattesa nella finale disputata contro il Porto di Artur Jorge; la beffa delle beffe però è arrivata nel 1999, quando il Manchester United dei calypso boys ha rovesciato una partita – già persa – nei minuti di recupero, gettando nello sconforto un’intera regione (considerazioni analoghe possono spendersi per la sconfitta inopinata subita dal Chelsea nel 2012). Per sua fortuna, il Bayern vanta il tradizionale spirito battagliero delle formazioni teutoniche, e infatti è così bravo da riscattare già nel 2001 la cocente delusione patita due anni prima contro gli inglesi.

I tedeschi, guidati in panchina dal genio pratico di un grandissimo tecnico come Ottmar Hitzfield, all’alba del nuovo millennio sono forse meno spettacolari, rispetto a quelli visti in campo nella finale di Barcellona, ma risultano più concreti, e anche più fortunati (o meno sfortunati) nelle fasi clou. Il calcio di Hitzfield è estremamente tradizionale e pragmatico, impostato su un 5-4-1 chiaramente difensivista: la sua squadra chiude ogni varco e prova a fare male con le ripartenze. La manifestazione, per la verità, raramente regala emozioni, o un calcio di grande qualità, e allora è comprensibile, financo giusto che a trionfare sia la formazione più quadrata e più concreta.

Formazione che non è priva di qualità: in porta, fra i bavaresi, troneggia infatti il miglior estremo difensore del globo, il truce Oliver Kahn, assolutamente determinante ai fini del prestigioso successo dei suoi, e anzi miglior giocatore del torneo; davanti a lui, staziona un centrale elegante e di temperamento come lo svedese Patrick Andersson, coadiuvato sulle fasce laterali da giocatori di notevole caratura come i nazionali francesi Sagnol e Lizarazu, nonché dall’ottimo camerunese Kuffour. A centrocampo la qualità è eccellente: nel 2001, disputa la stagione della vita il bizzoso Stefan Effenberg, eccentrico regista penalizzato lungo la carriera dagli infortuni e da un carattere un po’ troppo agguerrito, autore del rigore decisivo in finale e in generale quasi sempre fra i migliori in campo; al suo fianco, gioca splendidamente un fantasista estremamente sottovalutato come Mehmet Scholl, campione autentico, dotato di estro latino e di una bacheca che vanta pochi paragoni. In attacco, l’uomo chiave è il brasiliano Giovane Elber, giocatore mobile e di pregevole fattura tecnica, che sigla nel 2001 gol determinanti nella lunga cavalcata dei tedeschi. A lui si alterna (e più raramente si affianca) un altro ottimo giocatore brasiliano, Paulo Sérgio.

In generale, a fare la differenza sono la compattezza difensiva, sublimata dai perentori interventi del grande Kahn, e il cinismo degli attaccanti, bravi a punire le distrazioni degli avversari: per lo spettacolo, meglio guardare altrove. Ma se si bada al sodo, il Bayern del 2001 è l’apoteosi del cinismo.

La cronaca

Il 2000 è stato un anno a forte impronta ispanica. Le semifinali della Champions hanno infatti allineato tre squadre iberiche (Valencia, Barcellona e i futuri campioni del Real Madrid), e hanno visto – per la prima volta nella storia della competizione – una finale tutta made in Spain. Il Real Madrid di Raul, Hierro e Roberto Carlos in estate si rinforza strappando ai grandi rivali un certo Luis Figo, pallone d’oro in pectore, ed è quindi naturale che a settembre del 2000 sia dato da tutti come favoritissimo in ottica Champions. Al suo fianco, sono in molti a temere ancora non solo il calcio incostante ma spesso bellissimo del Barcellona di Van Gaal (che schiera Rivaldo, Luis Enrique e altri numerosi big), ma anche e forse soprattutto la velocità innaturale del Valencia dell’Hombre Vertical Hector Cuper. Il Valencia ha appena lasciato tutta Europa nell’incredulità, asfaltando ogni avversario sino alla finale con il Real, quando è sceso in campo contratto e forse intimorito dalle enormi aspettative suscitate, subendo una sconfitta nitida (3-0). Fra le altre grandi, spiccano i campioni d’Italia della Lazio, forti di un centrocampo stellare (Veron, Nedved, Simeone) e di un attacco esplosivo, guidato dal Valdanito Hernan Crespo, e spicca altresì la Juventus di Zidane e Del Piero, che ha perso lo scudetto nel pantano di Perugia, e che in Europa vuole riscattare la figuraccia rimediata contro il Celta Vigo in Coppa UEFA. Il Bayern e il Manchester United sono le classiche mine vaganti, accreditate delle posizioni di rincalzo. I pronostici pendono peraltro più dalla parte degli inglesi, forti del miglior centrocampo in circolazione.

La fase a gironi regala grande spettacolo, e qualche sorpresa importante.

Il Barcellona saluta subito, vittima del suo narcisismo e della sua innata mancanza di concretezza. I catalani – campioni di Spagna in carica – esprimono infatti e senza il minimo dubbio il gioco più spettacolare del girone H, ma subiscono una inattesa sconfitta casalinga contro un Milan “minore”, che espugna il Camp Nou grazie a uno spettacolare colpo di testa di Francesco Coco. I catalani, nel prosieguo, faticano tremendamente contro un Leeds United spavaldo ed esplosivo, che – come da tradizione britannica – in casa mette in grave difficoltà tutte le avversarie, trascinato dalla potenza di Viduka, dalla corsa esplosiva di un signor centrocampista come Lee Bowyer e dalla classe cristallina di Kewell (australiano come il centravanti Viduka). Alla fine, si qualificano proprio rossoneri e inglesi.

Altro risultato sbalorditivo arriva dal Gruppo E, quello della Juventus. I bianconeri infatti sono incredibilmente relegati all’ultimo posto del girone, e pagano soprattutto la scarsa vena e le intemperanze di uno Zidane opaco, che lascia i suoi in dieci nel momento peggiore, consentendo all’Amburgo di espugnare il Delle Alpi (Del Piero, nel frattempo, vive una lunga fase buia e non incide). La brutta caduta di Atene contro il Panathinaikos chiude definitivamente i conti, e così si qualificano proprio i greci e i brillanti spagnoli del Deportivo de La Coruña, che hanno espresso il miglior gioco nel girone, guidati dalla tecnica sopraffina di Juan Carlos Valerón, trequartista appena arrivato dai colchoneros, e dal senso del gol dell’uruguaiano Pandiani.

Si assiste a match spettacolari anche nel gruppo che allinea Lazio e Arsenal. A Londra, in particolari, i giovani di Wenger esibiscono un calcio impressionante, rapidissimo, tecnicamente eccezionale, dove convivono con naturalezza il genio di Mr. Class (Bergkamp), la velocità e il senso del gol di un Henry in prepotente ascesa e altri talenti di vaglia (Kanu, Ljungberg, un giovane Vieira già sapiente metronomo del centrocampo). La Lazio in ogni caso non sta a guardare, e anzi incamera punti con facilità disarmante, tanto che alla fine guadagna il primo posto nel girone.

Fra le altre big, suscitano impressioni favorevoli Bayern Monaco, Valencia e Real Madrid. I ragazzi di Cuper viaggiano con il freno a mano, rispetto alla stagione precedente, ma restano una squadra temibilissima, che ha recuperato in efficacia quanto perduto in termini di spettacolarità della manovra. Il Real si affida ai colpi dei suoi splendidi solisti, fra i quali si conferma il numero uno Raúl González Blanco, che disputa fra Liga e Champions forse la stagione più importante della sua carriera, tanto che per molti critici, a dicembre, avrebbe meritato il pallone d’oro finito invece nelle mani di Owen. I tedeschi superano a loro volta e senza grandi patemi il primo turno, agevolati per la verità da avversari tutt’altro che irresistibili, e mostrano subito una solidità invidiabile e una discreta qualità globale, grazie soprattutto a un ispirato Effenberg.

Nel 2000/2001 la Coppa si articola in una defatigante, duplice fase a gironi, che allinea al secondo turno quasi tutto il meglio del vecchio continente. Lo scoglio viene superato in scioltezza dal Manchester United (dove è fantastico anche sotto porta Paul Scholes) e dal Valencia, che conquistano 12 punti a testa, lasciando le briciole agli sparring partner Panathinaikos e Sturm Graz. Il secondo turno è invece fatale al Milan, che si ammala di pareggite, nonostante l’incredibile efficacia realizzativa di Shevchenko, e subisce poi il colpo del k.o. in Turchia, sul campo di un agguerrito e spettacolare Galatasaray. Il girone più equilibrato vede confrontarsi fra di loro Bayern Monaco, Arsenal e Lione. I tedeschi, nonostante qualche passaggio a vuoto, fanno valere alla fine la loro maggior esperienza, qualificandosi al primo posto.

Anche il Real Madrid agguanta i quarti di finale, superando in scioltezza tutte le avversarie che entrano nel tempio del Bernabéu, grazie a un gioco corale di ottima qualità, e grazie soprattutto alla straordinaria vena dei suoi uomini gol, fra i quali irrompe a sorpresa il sorprendente difensore Iván Helguera.

Conclusi i gironi, si entra finalmente nella fase a eliminazione diretta.

I quarti offrono al Bayern l’occasione di vendicare la beffa di Barcellona, in quanto l’urna lo contrappone al Manchester United. I tedeschi questa volta si dimostrano superiori non solo sul campo, ma anche sul tabellino: un Elber letale e un grande Effenberg portano i bavaresi a conquistare in Inghilterra uno 0-1 preziosissimo e meritato. In Germania i britannici, trascinati da uno Scholes sontuoso e da un Giggs in versione illuminata, provano a fare la partita, ma le loro ambizioni sono smorzate sul nascere da un Bayern semplicemente magistrale nella condotta di gara: i tedeschi, infatti, non concedono varchi, e puniscono alla prima occasione con Elber. Sul finire del primo tempo, Scholl confeziona il 2-0 che chiude ogni discorso qualificazione. Il forcing britannico del secondo tempo frutta infatti solo il 2-1 di Giggs.

Grande spettacolo e adrenalina a iosa pure nello scontro fra il Galatasaray di Mircea Lucescu e il Real Madrid. In casa i turchi giocano a mille, provano a schiacciare il Real in area di rigore, e alla fine conquistano (grazie all’asso Jardel) un 3-2 bellissimo, ma poco rassicurante in ottica Bernabéu. In Spagna la musica cambia completamente, e Raul trascina i suoi a un sonoro 3-0 che porta i madrileni in semifinale. Equilibratissimo è il doppio confronto fra Arsenal e Valencia: a Londra gli inglesi esprimono un calcio eccellente, ma i ragazzi di Cuper non stanno a guardare, e la partita, molto intensa, finisce 2-1.

Al ritorno gli spagnoli – parsi in costante crescita di condizione – fanno la gara, trascinati dal Pajaso Aimar, esile trequartista argentino che vive una precoce maturità (e che manterrà solo in piccola parte le aspettative), e alla fine confezionano l’1-0 che li mette per il secondo anno consecutivo fra le grandi.

Il confronto fra Spagna e Inghilterra si rinnova nel duello fra Deportivo e Leeds United. Oltremanica gli inglesi fuoreggiano, impostano la gara su ritmi vertiginosi e confezionano un 3-0 che sembra chiudere ogni dibattito. In Galizia, tuttavia, gli spagnoli rinascono, attaccano per novanta minuti senza soluzione di continuità, e alla fine agguantano un 2-0 che per lunghi tratti mette i brividi ai sorprendenti ragazzi di George Graham, fra i quali spiccano sempre il roccioso Bowyer e il talentuoso Kewell.

La prima semifinale mette ancora una volta a confronto i due campionati più brillanti d’Europa, vista la stagione buia delle nostre big, con il duello fra Leeds e Valencia.

In Inghilterra, il sagace Cuper incarta il gioco veloce e frizzante del Leeds, costringendo gli inglesi – parsi vivi ma poco concreti in avanti – a uno 0-0 poco rassicurante in ottica ritorno. Sul mediterraneo, come prevedibile, il Valencia gioca all’attacco per 90 minuti, e mette in seria difficoltà una difesa inglese parsa improvvisamente fragile. La partita, per la verità, si sblocca con un colpo di mano di Sanchez destinato a scatenare feroci polemiche, ma nel prosieguo lo stesso Sanchez (con un gran sinistro da fuori) e uno scatenato Gaizka Mendieta legittimano la qualificazione, inchiodando il risultato sul 3-0, mentre il Leeds pare del tutto impotente e fuori partita.

La seconda semifinale mette invece a confronto le due big per eccellenza del calcio europeo, Bayern Monaco e Real Madrid.

In Spagna il Bayern è spietato come non mai: la partita è dominata da un tatticismo programmato nei minimi dettagli, che concede poco allo spettacolo; il Real prova a innescare i suoi talenti offensivi ma non crea occasioni, e così al decimo della ripresa Elber indovina dalla distanza un sinistro velenoso che sorprende l’incerto portiere madrileno. Fino al ’90, i tedeschi applicano alla perfezione gli schemi difensivi ideati dal genio di Hitzfield e annullano ogni velleità spagnola, ipotecando la finale.

In Germania il Real gioca una buona partita, ma il Bayern si conferma più concreto e più abile nello sfruttare le incertezze altrui: dopo pochi minuti è ancora il satanasso Elber a timbrare, approfittando di uno svarione difensivo degli spagnoli su corner. Il vantaggio dura poco, perché Carlos e Raul inventano due giocate magistrali e Figo finalizza al meglio, riaprendo il discorso. Il Bayern non perde la calma: continua ad arginare, per la verità senza grande affanno, la manovra degli uomini di Del Bosque, e quindi con un intelligente schema su calcio piazzato chiude il discorso qualificazione con il guerriero Jeremies, mediano dai dieci polmoni che vive il momento più alto della sua carriera.

La finale di Milano, che vede quali protagoniste Bayern Monaco e Valencia, non regala lo spettacolo più che buono offerto dalle semifinali, in quanto è dominata dalla paura di perdere e da un attendismo esasperante. Le premesse per una partita migliore, per la verità, c’erano tutte, perché l’arbitro concede subito due rigori (uno per parte): il primo, parso generoso, lo realizza Mendieta; il secondo, sacrosanto, lo fallisce il più bravo fra i tedeschi, Scholl, che mette il pallone in bocca a Canizares. Il gol degli spagnoli, anziché scaldare gli animi, è però soporifero: il Valencia rinuncia infatti a qualsiasi ipotesi di azione manovrata, affidandosi al lungagnone Carew, e ai rari guizzi di Pablito Aimar. Il Bayern, costretto dal gol subito a uscire dal guscio, prova invece qualcosa di più, ma la qualità del suo gioco non è particolarmente brillante, e la squadra pecca di incisività. Quando la Coppa sembra già in Spagna, l’arbitro inventa un altro rigore (questa volta, per i tedeschi) e il guerrafondaio Effenberg non sbaglia, siglando l’1-1.

I supplementari a questo punto diventano uno sbocco inevitabile, ma lo spartito della gara non cambia di una virgola: il Bayern prova a fare qualcosa in più, ma la qualità dell’incontro rimane molto modesta, fra le peggiori in assoluto della storia della competizione.

Ai rigori (una sorta di saga degli errori), Kahn si erge a protagonista assoluto, sventando tre tentativi degli spagnoli, e vanificando così i due errori di Paulo Sérgio e di Andersson. La Coppa dalle grandi orecchie finisce così in Germania, ma l’impressione generale è che non si siano viste cose tali da stropicciarsi gli occhi.

Miglior giocatore della manifestazione: Oliver Kahn

Capocannoniere: Raúl González Blanco (Real Madrid; 7 reti)

Su Francesco Buffoli

Francesco, 33 anni, è un avvocato ammalato di musica e di calcio, che ama più di ogni altra cosa i giocatori dotati di grande tecnica e di fantasia, per lui la vera essenza di questo sport

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