Coppa dei Campioni 1981-1982

I campioni: The Shaw Must Go On

1982: l’Italia trionfa a Madrid, la Fiorentina sfiora lo scudetto che finisce a Torino, a Torino sbarca pure Platini. Costa come un tozzo di pane e ci mette il fois gras.

E l’Aston Villa vince a sorpresa la Coppa dei Campioni. Per l’Inghilterra si tratta del sesto successo consecutivo, impresa destinata a rimanere irripetibile nei secoli dei secoli, anche per le condizioni particolari in cui è germogliata. Le squadre d’oltremanica hanno conquistato titoli a raffica senza mettere in campo dream team (tolto il Liverpool), e attingendo soltanto ai propri vivai. Hanno saputo costruire collettivi capaci di imporsi senza disporre di grandi star internazionali: per questo le stagioni a cavallo fra anni ’70 e ’80 sono molto affascinanti ed equilibrate.

L’impresa dell’Aston Villa nel 1982, valutata in prospettiva, non sfigura – fatte le dovute proporzioni – accanto a quella firmata dalla banda di Clough qualche anno prima. I Villans non sono una neopromossa che scala il mondo in pochi mesi, innegabile, ma è anche vero che fino al 1980 quasi nessuno li annovera fra le big del calcio inglese: il titolo del 1981 arriva infatti 71 anni dopo l’ultimo alloro (risalente addirittura all’era pioneristica: il 1910!), in un campionato segnato da un equilibrio assoluto, in cui il Liverpool campione d’Europa conquista solo il quinto posto, mentre un’altra outisider come l’Ispwich Town si prende la seconda posizione. Nonostante la lunga fase magica del calcio inglese, sono pertanto in pochi, nel settembre del 1981, a pensare che i ragazzi delle Midlands possano giocarsela con formazioni più esperte.

Vuole una consolidata tradizione che l’Aston Villa del 1982 sia una squadra incapace di praticare un bel calcio, ancorata ai vetusti parametri del calcio inglese tutto corsa, forza fisica e gioco aereo. Osservo subito che la tradizione sbaglia, almeno in parte: l’Aston Villa, che cambia pure allenatore in corso d’opera (da Saunders a Barton), non è fa calcio champagne, ma è un collettivo di carattere, che vince con pieno merito. Se infatti la finale assomiglia da vicino a una barricata, a una trincea, nei turni precedenti i Villans hanno espresso un calcio di pregevole fattura, superando avversari più tosti di quelli affrontati dall’altra finalista, il solito Bayern Monaco.

E se è vero che il calcio dei ragazzi di Birmingham è meno spettacolare, originale e moderno di quello coniato da Paisley e Clough, è altrettanto vero che sarebbe gravemente punitivo parlare solo di kick and run, perché i britannici sanno giocare palla a terra, esprimere un forcing e un pressing imponenti, e soprattutto sanno mettere davanti alla porta una linea maginot: la difesa è il vero punto di forza della squadra.

Se non si vedono fuoriclasse epocali, i giocatori di caratura internazionale non mancano: il capitano Dennis Mortimer è un mediano tutto polmoni e carisma, che vive da protagonista gli anni d’oro dei Villa Boys. Al suo fianco, fiuta l’aria e disegna traiettorie limpide il regista Gordon Cowans, fra i migliori centrocampisti d’Inghilterra. L’ariete è Peter White, attaccante abile nel gioco aereo e supportato da un nerbo atletico notevole. I giocatori più dotati dal punto di vista tecnico sono la talentuosa ala Tony Morley, che segna gol pesanti come un macigno, e il giovanissimo fuoriclasse in erba, Gary Shaw, punta mobile che a ventun anni sembra spiccare il volo consacrandosi fra i grandi. Purtroppo la sua parabola assomiglia in modo terribile a quella di Michael Owen, perché i tanti guai fisici delle stagioni immediatamente successive a quella del successo trasformeranno la sua carriera in un triste calvario, bruciando così il suo talento cristallino.

La squadra viene messa in campo secondo i canoni di un tradizionale 4-4-2, risulta compattissima e concreta: questo sarà il suo punto di forza.

La cronaca

Il 1981 ha restaurato le gerarchie, riproponendo fra le semifinaliste team storicamente di vertice come Real, Bayern e Liverpool.

All’inizio della stagione che porta ai mondiali di Spagna, le naturali favorite sono ancora i tre volte campioni del Mersey, gli onnipresenti campioni Germania del Bayern, e la Juventus campione d’Italia, che ha infoltito il centrocampo innestandovi il regista Liam Brady, e che si augura così di impreziosire il proprio DNA con lo spirito della Gran Bretagna, che da un lustro fa il bello e il cattivo tempo nella competizione. I Villans sono un’importante outsider, così come i belgi dell’Anderlecht, capaci di disorientare chiunque con il loro parossistico difensivismo fiammingo.

Il primo turno è fatale ai campioni di Spagna della Real Sociedad, eliminati a sorpresa dai bulgari del CSKA Sofia (una eterna ammazza-grandi). Per le altre big si tratta quasi di un allenamento, come di consueto in quei decenni: il Bayern divora i campioni di Svezia 6-0, trascinato dai suoi panzer Rummenigge e Dieter Hoeneß. L’Aston Villa non fatica di più contro i modesti vincitori del campionato islandese, demoliti con un agevole 7-0, maturato quasi senza sforzo. Il Liverpool ne dà 8 ai fragilissimi campioni finlandesi (Dalglish, McDermott e Rush si divertono un mondo), e i sempre agguerriti slavi della Stella Rossa ne rifilano addirittura 10 ai maltesi dell’Hibernians, allenando le doti realizzative e di palleggio dei suoi “fuoriclasse a metà”, una costante delle squadre balcaniche (i fratelli Savic, Petrovic).

Manco a farlo apposta, soltanto la Juventus è destinata a soffrire, anche perché l’urna malevola la costringe a salire subito nelle highlands, dove i bianconeri hanno già lasciato le penne tre anni prima. Questa volta gli avversari sono i cattolici del Celtic, ma la musica non cambia: gli scozzesi in casa fuoreggiano e danno vita ad assalti continui, anche se un filo confusi, alla porta di Zoff. La Juventus regge e nel primo tempo, nonostante il difensivismo esasperante di Trapattoni, crea le occasioni che potrebbero portarla in vantaggio.

Nella ripresa, lo sfortunato Scirea (forse il migliore di tutti) infila l’amico fraterno Zoff e regala agli scozzesi il vantaggio. A Torino la Juventus scende in campo con uno spirito diverso: Virdis beffa l’ingenua retroguardia scozzese e pareggia i conti; quindi Bettega, con una magistrale rovesciata, porta la Juventus agli ottavi di finale.

Qui si ferma il cammino di una Juventus che pare ancora fuori fase in Europa: a cambiare il vento serviranno Platini e la sua orchestra di violini. L’urna ancora una volta trama maligna perché l’avversario è durissimo: i bianconeri sono costretti a salire nuovamente a nord, fermandosi questa volta a Bruxelles, in casa del ruvido Anderlecht. In Belgio la trappola del fuorigioco manda ancora una volta fuori giri gli schemi tradizionali del Trap, peraltro penalizzato anche dall’ingiusto annullamento di un gol di Brio. La sostanza non muta: la difesa belga è altissima ma Bettega e soci non riescono proprio a impensierirla. Sull’altro fronte, gli incessanti movimenti degli attaccanti di Willy Geurts e Franky Vercauteren ipnotizzano la pur esperta diga del Trap, e fissano il risultato sul 3-1 (inutile il temporaneo pari di Virdis).

A Torino, i bianconeri pressano di più, costringono gli ospiti in area di rigore e con un Bettega in grande forma sfiorano ripetutamente il gol, poi trovato dallo stopper Brio. La fortuna però non aiuta la squadra di Torino: Bettega, infatti, si frantuma il legamento collaterale del ginocchio sinistro in uno scontro brutale con il portiere belga, così mortificando le iniziative offensive dei suoi, private del fondamentale sbocco; pochi minuti dopo il solito Geurts indovina la punizione del pari. Per la Juventus, si tratta dell’ennesima delusione continentale.

Sempre agli ottavi il Liverpool soffre l’inferno contro gli scatenati olandesi dell’AZ ’67, ma rimedia nelle Terre Basse un 2-2 insperato, e quindi in casa, trascinato da McDermott e dal bomber Rush, timbra il 3-2 che lo porta ai quarti. Il Bayern esprime il gioco migliore del torneo, e grazie a un Breitner imperiale (autore di tre reti, uomo a tutto campo, attaccante e difensore aggiunto) frantuma la fragile resistenza del Benfica.

La Stella Rossa supera il turno senza problemi, mentre l’Aston Villa è chiamato ad affrontare i ruvidi, tignosissimi tedeschi della Dinamo Berlino, sempre temuti in ragione della loro superba organizzazione tattica e dei ritmi di gioco elevati, mutuati a metà anni ’70 dal calcio olandese. In Germania i Villans partono forte e si portano in pochi minuti sul 2-0 grazie a un ottimo Morley, lasciando di stucco i tedeschi, che però riaprono l’incontro. A Birmingham, i padroni di casa scendono in campo sicuri di essersi già guadagnati i quarti e concedono spazio alle folate dei tedeschi orientali, che fruttano un pericoloso 0-1, prima che la difesa ritrovi il giusto assetto, per non rischiare nulla sino al fischio finale.

Nei quarti la vittima nobile è il Liverpool, che attraversa per la verità un momento difficile su tutti i fronti, eliminato dal solito CSKA di Sofia, che ribalta in casa, con Stojčo Dimitrov Mladenov, la sconfitta maturata in Inghilterra. Il bulgaro è un ottimo giocatore, la stella della nazionale, un attaccante di notevole caratura tecnica abile nel fraseggio palla a terra e letale sotto porta.

L’Aston Villa invece non delude, nonostante sia contrapposto ai temibili ucraini della Dinamo Kiev, sempre sugli scudi e da sempre il serbatoio della nazionale sovietica. In Ucraina il Villa conferma di possedere una linea difensiva insuperabile, in quanto, pur creando poco, non rischia nulla e torna in patria con uno 0-0 benaugurante. Al Villa Park, i ragazzi del neo coach Barton disputano invece la partita più spettacolare del torneo, smentendo la teoria del calcio povero di qualità, in quanto tramano con efficacia palla a terra, si producono in un forcing efficacissimo e grazie alla vena di un grandissimo Gary Shaw segnano due gol, qualificandosi alle semifinali.

Il Bayern soffre più del previsto i modesti rumeni dell’Un. Cracovia, ma al termine di due incontri combattuti ed equilibrati riesce ad avere la meglio, aggrappato ancora una volta alla classe di Breitner e di Rummenigge, i due uomini chiave della formazione bavarese.

Il canovaccio non si modifica in semifinale: in Bulgaria, i tedeschi soffrono il calcio aggressivo e imprevedibile dei padroni di casa del CSKA, e rimediano n 4-3 rimontabile a Monaco di Baviera. La rimonta non tarda a concretizzarsi: in Germania, sono ancora i suddetti fuoriclasse a togliere le castagne dal fuoco, timbrando due reti a testa, e candidando la formazione tedesca a rivincere – dopo sei stagioni di astinenza – la Coppa dalle grandi orecchie.

L’altra semifinale è dura e molto equilibrata, in quanto vede affrontarsi i campioni d’Inghilterra e l’Anderlecht. In casa, Shaw e Morley disputano una grande partita e riescono a perforare, a disorientare la linea del fuorigioco dei belgi, capitalizzando al meglio una fra le poche occasioni, giunta dopo un lungo assedio. Al ritorno, gli inglesi si arroccano in difesa e non concedono spazi ai belgi, che faticano terribilmente a trovare la porta: la partita si conclude con uno zero a zero poco spettacolare, che valorizza la concretezza di un Aston Villa certamente meritevole della finalissima di Rotterdam.

L’esito del match decisivo sembra già scritto.

Il Bayern ha infatti la certezza di vincere, e in effetti, per lunghi tratti, la partita è un monologo dei tedeschi, più forti individualmente e molto più freschi dei britannici. Rummenigge (in condizioni di forma strepitose) domina e fuoreggia, Breitner è sempre nel vivo dell’azione. Ma gli inglesi resistono, concedono e rischiano ma non soffrono oltre un tot. Al minuto ’67, in una delle rare ripartenze, Morley e i suoi orchestrano una rapida azione finalizzata dal centravanti White, che punisce il portiere Muller e la disattenta difesa teutonica, mentre il cronista britannico pronuncia parole profetiche poco prima della conclusione (“Oh It must be! And It is!”). Nel finale, i favoiriti sembrano stanchi e avviliti, e l’Aston Villa controlla in scioltezza. I tedeschi non meriterebbero la sconfitta, ai punti, ma gli inglesi hanno avuto ragione della loro superiore condizione e classe individuale con accortezza e intelligenza, confermandosi squadra di buona qualità e di grande carattere. La conferma del valore dei Villans, peraltro, arriverà pochi mesi più tardi anche nella sfida di Supercoppa contro il Barcellona, altro momento da consegnare ai posteri per la formazione delle Midlands.

Miglior giocatore della competizione: Paul Breitner, Karl-Heinz Rummenigge e Gary Shaw

Capocannoniere: Dieter Hoeneß (Bayern Monaco, 7 reti)

Su Francesco Buffoli

Francesco, 33 anni, è un avvocato ammalato di musica e di calcio, che ama più di ogni altra cosa i giocatori dotati di grande tecnica e di fantasia, per lui la vera essenza di questo sport

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