Piramide World Player (2010-2014)

2010

World Player: WESLEY SNEIJDER

Al triplete del Barcellona (targato 2009), fa subito seguito quello, ancor più inaspettato, dell’Inter di Mourinho, fra le cui fila spicca il talento (sin a quel punto, parzialmente incompiuto) dell’esile trequartista Sneijder. L’olandese con i nerazzurri è più bravo e determinante che mai (magistrali certe invenzioni di prima, strabiliante la rapidità di pensiero), e al mondiale fa meraviglie, specie in zona gol, contribuendo a portare un’Olanda cinica e poco spettacolare a un passo dal titolo. Nel 2010, Wesley è la luce per le squadre dove gioca, e uno dei giocatori più bravi del pianeta.

L’ultimo passo verso il titolo, agli olandesi, lo impedisce un certo Andrés Iniesta, che fra 2009 e 2010 è con ogni probabilità il numero uno del mondo, se valutiamo la resa complessiva e il peso specifico per le squadre dove gioca. Iniesta non vince il premio perché, causa infortuni, nella Liga va a sprazzi. Ma ai mondiali è semplicemente maestoso, il giocatore che porta la Spagna nella storia: il Cavaliere Pallido non solo cuce il gioco ovunque e disegna piccole opere d’arte (inimitabile il controllo, incredibile la morbida eleganza della croqeta di laudrupiana memoria), ma praticamente inventa tutte le giocate risolutive, dalla sfida al Cile fino alla finale contro l’Olanda, passando per gli ottavi strappati a un Portogallo ruvido e per il sofferto quarto contro i Paraguaiani. E’ il suo momento d’oro: la Spagna diventa una Gigante del calcio aggrappandosi al suo genio.

Il campionato del mondo e una Champions stellare obbligano a collocare sul podio l’asso olandese Arjen Robben. Arjen è stato un talento precoce, forte di un cambio di passo unico, penalizzato tuttavia per tanti anni da infortuni, incostanza, scarsa personalità in mezzo alla bufera. Al Bayern Robben diventa invece un fuoriclasse vero: in Coppa, letteralmente, è l’artefice della cavalcata dei suoi, perché da solo inventa reti determinanti e meravigliose (alla Fiorentina e al Manchester United, ma anche in semifinale contro il Lione). Ai mondiali viaggia in quinta e mette in porta reti pesanti, anche se in finale si fa prendere dal panico

Meriterebbe la terza posizione quanto lui il giocatore più importante dell’Inter, ovvero il bomber Diego Milito, che si consacra centravanti di caratura mondiale dopo i 30 anni. Nonostante un mondiale in tono minore (la causa dell’esclusione dal podio), Milito deve figurare fra i primissimi perché segna una valanga di gol decisivi: in campionato è il numero uno per distacco e sigla la rete-scudetto, in Champions è l’uomo che riporta l’Inter al banchetto dei grandi (sua la doppietta che mette a tappeto il Bayern Monaco in finale, suo il gol della sicurezza contro il Barcellona). E’ lui lo  sbocco delle feroci ripartenze nerazzurre. La rassegna sudafricana, naturalmente, decide molti fra i restanti nomi in graduatoria. Nella Spagna Iniesta è il numero uno, ma il leader è Carles Puyol, roccioso centrale difensivo che da anni ha pochi rivali, e che gioca un mondiale quasi degno di quello disputato quattro anni prima da Cannavaro. Carles si prende pure la briga di decidere la partita più bella, ovvero la semifinale contro la Germania. Fra gli spagnoli merita l’ennesima menzione anche Xavi, uomo d’ordine impeccabile, che forse non ha i lampi di genio del gemello, ma che è di straordinaria costanza sia nella Liga che ai mondiali, quando è fra i più bravi soprattutto nell’accesa semifinale, e merita voti importanti praticamente in ogni occasione. Ancor più decisivo del piccolo architetto, nel caso di specie, è l’attaccante David Villa. Si tratta dell’unica punta vera della formazione titolare ispanica, di un giocatore che da tanti anni infila reti a Valencia e con la maglia della roja, tanto che in molti lo annoverano fra i più pericolosi attaccanti del mondo. Nel 2010 Iniesta è l’ideatore e lui il braccio risolutore che realizza 4 gol decisivi, ivi compresi quelli che sbloccano ottavi e quarti. . Sempre in Sudafrica, il giocatore globalmente più bravo, quanto a prestazioni pure, è Diego Forlán, mobile attaccante uruguaiano da tempo sugli scudi. Peraltro, Diego è eccellente anche con la maglia dell’Atletico Madrid, segnando le reti determinati in finale di Coppa UEFA. Ancora, restando in tema mondiale, la Germania in alcuni momenti è la squadra più spettacolare, sembra inarrestabile e seppellisce di reti Inghilterra e Argentina. Nel plotone tedesco, spunta il longilineo Thomas Müller, 21enne del Bayern Monaco che si regala un mondiale proibitivo anche per giocatori più celebrati e navigati, segnando pure a raffica. La sua capacità di decollare quando le cose si fanno dure ricorda quella di un altro, omonimo attaccante tedesco: e per lui è solo l’inizio. Ai mondiali, dopo un ottimo girone, delude gravemente invece il fuoriclasse argentino Lionel Messi, pure da tutti considerato il più grande del mondo, tanto che il suo pallone d’oro a fine stagione è la pietra tombale nella storia del prestigioso riconoscimento (ovvero: si premia il più bravo e più celebre prescindendo un po’ da tutto il resto). Questo però non significa che Messi non debba figurare fra i primi dieci: il fuoriclasse argentino – infatti – è il numero uno per davvero, segna 47 reti nella sola stagione 2009/2010, e inizia quella successiva facendo ancora meglio. Ma soprattutto imprime al gioco dei suoi le accelerazioni determinanti, inventando soluzioni da dieci puro e muovendosi sul campo a velocità impossibili, che gli consentono di stabilire nuovi record in serie (i 4 gol all’Arsenal nei quarti di Coppa sono un’impresa da leggenda).

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2011

World Player: LIONEL MESSI

A ventiquattro anni, Messi si consacra definitivamente come uno dei più grandi attaccanti e giocatori tout court della storia di questo sport. Nel 2009 Leo è uno dei protagonisti, nel 2011 invece è una divinità, una furia che si abbatte sui rivali con una rapidità di movimento e di pensiero accecante. In campionato segna 31 reti, ma il fiore all’occhiello è la Champions: agli ottavi contro l’Arsenal l’argentino inventa con Iniesta un duetto da consegnare agli annali del calcio; in semifinale con il Real è degno dell’accostamento con Maradona, che imita segnando un gol con partenza da Marte; quindi, in finale, gioca una partita maestosa, in quella che sarà la definitiva celebrazione del calcio guardiolano nel tempio del calcio (Wembley). Dettaglio non da poco: Messi fa sfracelli anche nel mondiale per club, dove massacra la fragile resistenza del Santos. Messi nel 2011 è semplicemente un fenomeno, e il soprannome non è scelto a caso: per ritrovare qualcosa di simile, bisogna tornare al Ronaldo brasiliano di 13-14 anni prima.

E’ ancora una volta annata di platino per il Barcellona. Al secondo posto, infatti, merita di sedere l’asso Xavi Hernández. Per molti, semplici motivi: una serie inenarrabile di recite da leggenda, sia in campionato che in Coppa. La sua prestazione nella finale di Wembley può tranquillamente impacchettarsi come la partita perfetta del regista perfetto, in grado nell’occasione di non sfigurare accanto al miglior Messi della storia. Anche nel mondiale per club Xavi merita, in ogni partita, un “8” in pagella di default.

Al terzo posto, l’altro asso del Barcellona: Andrés Iniesta. Il 2010/2011 è anche per lui la stagione più bella, forse seconda al solo 2009: il centrocampista spagnolo è regista aggiunto, mezzala classica, rifinitore vero. Gioca anche nella Liga su livelli altissimi, fa innamorare i palati fini per la sublime leggerezza delle sue giocate, tanto da meritare premi e riconoscimenti individuali senza sosta. Ma soprattutto, come di consueto, esalta il suo genio calcistico apparentemente “fragile” nelle fasi calde: contro l’Arsenal in Champions, nel momento più difficile, immagina due giocate risolutive impensabili per ogni altro giocatore del mondo; nella semifinale di ritorno con il Real Madrid è il migliore e regala un assist. Sono inoltre leggenda, in Spagna, le sue partite contro il Porto in Supercoppa (tanto per cambiare, man of the match), le sfide con il Real in Supercoppa di Spagna (quando danza con la palla facendo gridare di gioia i cronisti) e quindi la monumentale prestazione, sempre contro il Real, del dicembre 2011. Persino il Bernabeu si alza e applaude per tributargli il giusto riconoscimento: robe da genio.

Sempre da fenomeno, anche se vince poco, gioca l’asso portoghese Cristiano Ronaldo, a sua volta all’apice della sua magistrale carriera. Nella Liga è fromboliere, ala, centravanti vero e bomber debordante. In Champions fa il suo dovere fino allo scontro ad alta quota con Messi, che questa volta non può vincere. Ma la sua stagione rimane memorabile, così come quella dell’attempato fuoriclasse gallese Ryan Giggs, il migliore di un Manchester meno brillante del solito, che agguanta però la terza finale di Champions in pochi anni. Ryan, alla soglia dei quaranta, è il più continuo e determinante fra gli inglesi, e merita una citazione che non è solo un omaggio alla carriera, ma la giusta celebrazione della sua annata. Disputa una stagione da incorniciare, specie per la straordinaria resa sotto porta, anche il camerunese Samuel Eto’o, per distacco il più forte di un’Inter in calando dopo il memorabile 2010. Samuel vede la porta come nessuno, ha la personalità dei grandi e sbaglia poco nulla, pur non vincendo. Il 2011 è anno di Coppa America, ed è anche l’anno in cui il sublime talento “cattivo” di un attaccante mobile e squisito come Luis Alberto Suárez, già eccellente ai mondiali del Sudafrica, conquista la platea degli appassionati. Nell’Ajax Il Pistolero è cannoniere spietato, ma è la Coppa America (dove Messi è cotto e non incide) la vetrina più importante, il momento in cui l’uruguaiano diventa il giocatore più bravo e il più decisivo del pianeta, sbloccando anche la finale (per lui è solo l’inizio, peraltro). Il Milan nel 2011 rivince dopo una lunga attesa lo scudetto, e per tutti l’uomo cruciale, il fuoriclasse che in campionato sposta letteralmente da solo gli equilibri è il trentenne Zlatan Ibrahimović, che dopo la parentesi blaugrana in chiaroscuro ritorna il perno della squadra dove gioca, e regala al Milan tutti i punti decisivi. Escluderlo dalla graduatoria sarebbe un delitto. Sempre nel 2011, il mondo fa la conoscenza con un brasiliano di 19 anni, non altissimo, magro come un bambino delle favelas, ma capace con i piedi di regalare perle di genio, oltre che giocate concepite a uso e consumo degli spettatori. Il calcio dei grandi si innamora del talento cristallino di Neymar da Silva Santos Junior, che vince la Coppa Libertadores e con la maglia del Brasile comincia a inanellare record. Per tutti è l’erede di Pelé, ma Neymar ricorda molto più da vicino l’estro sghembo di Mané Garrincha: ovviamente, i paragoni sono prematuri e azzardatissimi, ma il brasiliano non sembra soffrire la pressione. La graduatoria si chiude con una citazione per un campione emergente come il colombiano Radamel Falcao, imbarazzante per la facilità con cui vede la porta ovunque e comunque, e soprattutto in Europa League, dove conduce il Porto al trionfo timbrando record epocali.

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2012

World Player: ANDRéS INIESTA

Nel 2012 il cavaliere pallido, il giocatore più geniale e imprevedibile di Spagna e Barcellona, conquista finalmente il primo posto, dopo tre podi consecutivi. La ragione del premio è semplice: Iniesta in campionato mostra forse qualche passaggio a vuoto, rispetto alle stagioni precedenti, ma fra Champions ed Europeo mette insieme prestazioni che sbucano nel regno della magia. In Europa, con un Messi lievemente appannato, fa sempre le giocata chiave, prima contro il Milan, e poi ci prova nella semifinale sfortunata contro il Chelsea (dove, tanto per cambiare, è il più bravo sia a Londra che in Spagna). Il suo capolavoro però sono gli europei, degni dell’accostamento con quelli giocati da tale Zidane (che non a caso stravede – e si rivede – nello spagnolo) 12 anni prima: Iniesta riesce a essere per distacco il più bravo di tutti senza segnare, ma facendo fare una valanga di gol, tramite assist diretti o “indiretti”. Colleziona medaglie come migliore in campo e non sbaglia una giocata, anche e soprattutto nelle due partite contro gli azzurri.

Medaglia d’argento per il poderoso Cristiano Ronaldo, protagonista sempre e comunque, e questa volta più bravo dell’acerrimo rivale Lionel Messi nella corsa alla palma di numero uno del mondo. Dopo tre stagioni la Liga torna a Madrid, e lui per larghi tratti sembra una carrarmato, e segna come se giocasse fra i pulcini. Fa lo stesso in Europa, prima di inchinarsi davanti a un grande Bayern Monaco. Agli Europei è poi straordinario in almeno due incontri, che rivolta da solo dimostrandosi leader e uomo chiave della formazione lusitana.

Sul terzo gradino, un altro Andrea che trasforma il calcio in Arte. Si tratta del redivivo Andrea Pirlo, per tutti il pianista dopo le magistrali prestazioni agli Europei (quanto è bello il suo tocco di palla?), per larghi tratti accostabili a quelle di Iniesta. Pirlo torna a giocare come negli anni migliori e, soprattutto, riporta la Juventus allo scudetto, nello stupore di tutti, dopo il settimo posto dell’anno precedente. Il suo peso per i bianconeri lo sintetizza Buffon dopo il debutto contro il Parma: “Dio esiste e si chiama Andrea Pirlo“.

E’ un peccato che resti fuori dal podio un fuoriclasse come Didier Drogba, ma escludere uno fra i primi tre sembrava delittuoso. Drogba in Premier arranca e segna poco, ma in Champions fa letteralmente la differenza, come nessun altro. In semifinale abbatte l’ostacolo catalano, segnando il gol determinante e poi arrivando a posizionarsi come terzino pur di sorreggere l’urto degli avversari. In finale mette in mostra attributi d’acciaio, perché dopo il gol del Bayern, giunto a pochi istanti dal termine, ha la forza di reagire e di infilare il pari che porta il Chelsea alla vittoriosa lotteria dei rigori. Non è da mano l’asso colombiano Radamel Falcao, il più forte di tutti per fiuto puro e capacità di essere letale sotto porta. Falcao con l’Atletico Madrid vince l’Europa League infilando di puro genio opportunistico 12 reti in 15 incontri, e poi in Supercoppa disintegra il Chelsea con tre reti capolavoro, davanti a un pubblico sbigottito. Nella Spagna dei record imbattibili, accanto a Iniesta, fa il suo dovere in modo sontuoso, naturalmente, anche il suo “gemello” Xavi, di gran lunga il più bravo nella finale dominata contro gli spaesati azzurri. Sempre fra le furie rosse, dopo Andrés il più bravo di tutti è forse David Silva, alter-ego dell’artista di Barcellona, non meno dotato in termini di pura tecnica individuale e di fantasia, che segna reti cruciali e soprattutto pennella giocate da mago vero (basti pensare all’assist confezionato contro l’Italia nel girone). Silva è anche il giocatore più importante del Manchester City che vince la Premier League all’ultimo respiro, e non può quindi proprio mancare. In tema di City campione, è cruciale tanto quanto il piccolo fantasista spagnolo il gigantesco tuttocampista ivoriano, vero perno della squadra, Yaya Touré, 29enne nel pieno della maturità che sbaraglia nel ruolo tutta la concorrenza: Yaya difende dall’alto di doti fisiche superiori, non è veloce ma è fondamentale anche nelle ripartenze, segna reti importanti, ha la visione di gioco di un regista autentico. Non si ripete in termini di risultati di squadra, ma si ripete e anzi fa ancora meglio, individualmente parlando, una presenza costante della graduatoria, Zlatan Ibrahimović. In un Milan decisamente in tono “minore” fa tutta la differenza del mondo, spostando ancora una volta come nessuno in campionato, e poi passa al PSG a regalare perle che pesano come l’oro (anche per lo stipendio). Dettaglio da non trascurare: questa volta lo svedese fa ampiamente il suo anche in Europa, e porta il Milan fino ai quarti di finale, giocando partite notevoli anche contro un Barcellona ampiamente superiore. Chiudiamo (non prima di aver porto le dovute scuse a Mario Balotelli, a Franck Ribery ed a Sergio Agüero), con l’imprescindibile Lionel Messi. Gli errori della semifinale contro il Chelsea nulla tolgono al fatto che Messi, nel 2012, sia ancora il miglior giocatore del mondo, così bravo da essere capace di collezionare un record di segnature (nell’anno solare) destinato a restare insuperabile per un’eternità: Messi segna come se si giocasse negli anni ’50, con il Sistema classico, evocando le gesta dei bomber leggendari del tempo, che parevano destinate a prendere polvere in eterno.

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2013

World Player: FRANCK RIBERY

Come noto, il 2013 segna un passaggio di consegne storico: finisce l’epoca del Barcellona, inizia (o meglio, decolla definitivamente) quella del Bayern Monaco, protagonista di una stagione irripetibile. Fra i tedeschi sono in tanti a fare faville: ma il migliore è con ogni probabilità il campionissimo francese Franck Ribery, che – posizionato ala sinistra – gioca una stagione fantastica, anche e soprattutto in Champions: le sue giocate, il dribbling elettrico e secco, la fantasia da rifinitore raffinato e l’efficacia in zona gol sono determinanti nei successi larghi e imperiosi contro Juventus e Barcellona. Il francese risulta importante anche in finale e poi in Supercoppa contro il Chelsea, e in Bundesliga colleziona prestazioni da numero uno: il premio lo ripaga della ingiusta esclusione del 2012 e lo consacra finalmente fra i grandissimi del mondo.

E’ meno costante, ma non meno determinante (anzi) il fuoriclasse olandese Arjen Robben, che nel 2013 finisce di figurare come il più bravo fra i perdenti, e si trasforma in fuoriclasse completo. Robben in campionato va a corrente alterna, spesso finisce in panchina anche causa guai fisici. Ma quando diventa titolare non sbaglia nulla, anche e soprattutto in Champions, dove è debordante fra quarti e semifinali, e segna poi il gol decisivo in finale (dopo aver confezionato l’assist dell’1-0). Non ci sono dubbi: è uno fra i primissimi giocatori del mondo, e forse il miglior solista in assoluto, perché è letteralmente inarrestabile quando parte con la palla incollata al piede a velocità da centometrista.

Medaglia di bronzo per l’onnipresente fuoriclasse portoghese Cristiano Ronaldo, che realizza 55 reti in altrettanti incontri con la maglia del Real Madrid, pur fallendo l’appuntamento con la vittoria, e che poi gioca la partita della vita nello spareggio mondiale contro la Svezia. La sua prestazione in terra scandinava è uno dei momenti di gloria della sua straordinaria carriera, i suoi tre gol sono potenza metallica ritagliata nel fuoco di una classe cristallina.

Da anni giocano come campionissimi, anzi da veri fuoriclasse, ma è il 2013 l’anno della loro definitiva ascesa fra i giganti. Parlo di due giocatori tedeschi: il primo è Bastian Schweinsteiger, mediano eccellente anche in fase di propulsione, il numero uno in Bundesliga, il calciatore tedesco dell’anno, il più costante e decisivo di tutti nel rendimento sulla lunga distanza. Fa sfracelli quanto lui il fenomenale laterale (destro, ma all’occorrenza sinistro) Philipp Lahm, fisicamente ben poco teutonico, ma dotato di una tempra da leader, di capacità di corsa non comuni, e sopra ogni cosa di un’intelligenza superiore. Lahm disputa campionato e Champions su livelli astrali e non può mancare nella top ten, che per la verità già avrebbe meritato anche in un paio di stagioni precedenti (ma la concorrenza era improba). Ancora una volta, ci costringe a nominarlo il sommo  Zlatan Ibrahimović, protagonista dell’ennesimo titolo vinto in carrozza (da lui: la squadra di club cambia sempre, ed è questa la cosa magica), in Francia con il PSG. In Francia Ibra si attesta su medie realizzative inusitate, confermando di vivere una fase di assoluta grazia nonostante l’età non più verdissima. Peraltro, anche questa volta si riscatta in parte dalle numerosissime delusioni di Coppa degli anni precedenti, perché il PSG se la gioca alla pari contro il Barcellona anche grazie al suo fondamentale contributo di bomber e uomo assist, discretamente a suo agio (finalmente) pure quando si contende ai vertici. Il 2013 è l’anno del Bayern, ma anche dei grandi rivali del Borussia, trascinati dalle prodezze di due campionissimi come Robert Lewandowski, centravanti di eleganza vanbasteniana, capace di prodezze in serie, fra cui spicca, ovviamente, la quaterna rifilata al Real Madrid nella storica semifinale di Champions; non è meno bravo di lui la freccia che risponde al nome di Marco Reus,  un fenomeno in velocità e negli allunghi palla al piede, che in Germania si afferma come uno degli esterni d’attacco più forti del mondo, e in Champions fa ammattire i rivali sino alla splendida finale di Wembley, dove è il migliore fra i ragazzi di Klopp. Fra i grandi del 2013 deve stare anche un atleta sovrannaturale come Gareth Bale, gigante gallese che corre come Usain Bolt e sa pure usare le sue notevoli qualità in modo bruciante: il suo sinistro non teme paragoni e la sua progressione palla al piede è accostabile solo a quella di Kakà (ma forse è addirittura più impressionante). Bale passa al Real a cifre record, e dopo qualche mese di difficoltà, inizia a giocare da autentico campionissimo quale è. Infine, ennesime citazione per Lionel Messi, sfortunato e poco incisivo in Champions, nelle fasi conclusive, ma assolutamente determinante nel portare a Barcellona lo scudetto dei record, contro un Real spaventoso: Messi, visto il calo in campionato dei prestigiosi compagni, nella Liga è il 50% dei catalani, colleziona record di gol inspiegabili e che evocano un calcio antico (50 reti!!). E’ talmente forte, decisivo e continuo che non può mancare per nessuna ragione al mondo, con tante scuse agli altri autorevoli candidati alla graduatoria (Van Persie, Iniesta, Neymar).

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2014

World Player: ÁNGEL FABIáN DI MARIA

Il 2014 è stagione fra più le più controverse e difficili. Scegliere diventa questione di arbitrio, o quasi. E noi scegliamo l’ala (ma di fatto, un interno aggiunto) del Real Madrid e della nazionale argentina Di Maria. Le ragioni sono molteplici: l’argentino da tanti anni è un giocatore di grande classe e corsa che però, quando le cose si fanno complicate, svanisce nell’aria. Insomma, il classico talento parzialmente incompiuto. Nel 2014, complice una condizione fisica surreale, Di Maria diventa invece campionissimo vero, e trascina di peso il Real alla conquista della decima, inanellando prestazioni favolose, specie in finale, quando ara la fascia sinistra con facilità imbarazzante, saltando sempre l’uomo e confezionando giocate determinanti. Ai mondiali, Di Maria è una furia dotata di una resistenza spaventosa, e il suo infortunio è forse decisivo in ottica finale.

Dopo di lui, l’uomo dei grandi appuntamenti Thomas Müller, che a 25 anni gioca il secondo mondiale clamoroso della sua strepitosa carriera. Thomas segna con continuità, non fa strabuzzare gli occhi agli esteti, ma corre come un centrocampista, partecipa a tutte le fasi del gioco, massacra i portoghesi e sblocca la storica semifinale con il Brasile. Nel Bayern dei record, poi, fa ampiamente il suo dovere, nonostante la brutta eliminazione patita dal Madrid in semifinale.

Ai mondiali è fra i grandi attesi e delude su tutti i fronti, ma la stagione leggendaria dell’Atletico di Madrid, che vince la Liga e sfiora la Champions, evocando miracoli irripetibili (il Nottingham di Brian Clough), è lo statuario attaccante brasiliano, naturalizzato spagnolo, Diego Costa. Il centravanti fa letteralmente reparto da solo, mette in porta gol decisivi in serie (in tutto, segna 36 reti), diventa stella di prima grandezza.

Non possono mancare la graduatoria dei grandi il gigantesco portiere tedesco Manuel Neuer, un colosso che decide di giocare quasi da libero aggiunto (quasi uno Schmeichel che si muove come il tabaccaio Jangbloed), e che fra i pali sventa situazioni impossibili per i comuni mortali. Dettaglio non da poco: il suo mondiale è impeccabile. Analoghe considerazioni valgono per Philipp Lahm, il miglior laterale del mondo, il miglior giocatore della Bundesliga e un trattore ai mondiali, dove non sbaglia nulla. Strepitoso, in particolare, il suo rendimento fra semifinali e finali, quando dimostra di meritare la fascia di capitano e il paragone con i grandi laterali tedeschi della storia. La giovane Olanda che distrugge la Spagna e raggiunge le semifinali del mondiale si aggrappa alla velocità allucinante del grandissimo Arjen Robben, che a 30 anni raggiunge forse la definitiva maturità in termini di uomo squadra, e per la continuità di rendimento. Robben è letteralmente imprendibile palla al piede, non è forse un giocatore di fantasia, ma quando è in giornata è veramente squilibrante. Nel Bayern dei record il numero uno è forse proprio lui, il miglior esterno d’attacco del mondo. Il Brasile umiliato dalla Germania ai mondiali si aggrappa, sino alle semifinali, alla rapidità e alla splendida visione della porta di Neymar, l’unico brasiliano doc fra le sue fila, che anche a Barcellona, dopo i chiaroscuri della stagione precedente, inizia a macinare record, gol, giocate sopraffine. Neymar, nel 2014, si consacra come uno fra i primi giocatori del mondo. Abbandoniamo per un momento la manifestazione iridata: il Real della decima è trascinato nelle fasi calde dal suo poderoso centrale difensivo, il grande Sergio Ramos. Non solo per l’impeccabile rendimento, ma anche per l’impressionante, imprevedibile apporto sotto porta: il Bayern in semifinale lo mette al tappeto proprio lui, e in finale, quando tutto sembra perduto, è ancora lui a marcare la rete della vita. Delude come nessuno ai mondiali, ma la Champions dei record (per quanto non propriamente decisivi) e un rendimento da trattore nella Liga obbligano a citare per l’ennesima volta Cristiano Ronaldo, l’attaccante più completo e importante del globo, vista la stagione non inarrivabile dell’eterno rivale Lionel Messi, che manca la top ten forse per ingiustizia, o forse per il tracollo nelle fasi decisive del mondiale, dopo il rendimento brillante delle prime partite (oltre che per le prestazioni negative in Champions). Porgiamo le doverose scuse a Luka Modrić, eccellente nel Real, così come al fantastico Courtois, portiere degno dell’accostamento con Neuer, ma nell’anno del mondiale non può mancare la classifica il miglior giocatore del torneo brasiliano, ovvero il campione colombiano James Rodríguez, che semplicemente è IL calcio, o se vogliamo una gioia per gli occhi: tecnicamente eccelso, spettacolare, decisivo, un rifinitore classico che corre come una mezzala. A settembre James passa al Real a peso d’oro e si conferma giocatore di prima categoria.

Su Francesco Buffoli

Francesco, 33 anni, è un avvocato ammalato di musica e di calcio, che ama più di ogni altra cosa i giocatori dotati di grande tecnica e di fantasia, per lui la vera essenza di questo sport

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