Piramide World Player (1950-1954)

Concludiamo (temporaneamente) la nostra “saga” con un articolo dedicato alla prima metà degli anni ’50.

1950

World Player: Zizinho

I mondiali brasiliani, snodo centrale dell’anno solare 1950, impongono di tributare il giusto riconoscimento all’arte pedestre di Zizinho, per i suoi connazionali il miglior giocatore brasiliano in assoluto, fra coloro che non si sono fregiati del titolo di campione del mondo (quindi sì, anche meglio di Zico). Il suo campionato è meraviglioso fino alla scorbutica finale, dove è comunque fra coloro che ci provano fino all’ultimo. Il premio è suo perché la qualità di giocate e prestazioni nell’arco di tutto il torneo non ha eguali: come evidenziarono gli estasiati osservatori dell’epoca, Zizinho è semplicemente un genio e un cucitore del gioco tanto spettacolare quanto efficace, o se vogliamo dirla diversamente, una mezzala straordinaria (che brilla tanto nel dribbling quanto per la facilità con cui “apre” il gioco).

Al secondo posto, il capitano Obdulio Varela, il simbolo della garra uruguagia e dell’impresa del secolo (ovvero, il Maracanazo). Il suo  carisma è non determinante, ma di più, per l’impensabile successo conquistato davanti ai 200.000 di Rio. Varela ancora oggi in patria (e non solo) è sinonimo di capitano, e questo, valutato unitamente al suo imponente rendimento, obbliga a tributargli i giusti riconoscimenti. Per inciso, sottolineiamo come Obdulio vanti una carriera di tutto rispetto anche prima (e dopo) il Maracanazo (sarà uomo difensivo importante anche quattro anni più tardi, in Svizzera).

Sul gradino più basso del podio, credo meriti una menzione Pepe Schiaffino, El fútbol per i suoi ammirati connazionali. Se Obdulio è il leader carismatico, lui è il leader tecnico della Celeste, e nel 1950 raggiunge un’improvvisa, illuminante maturità, trasformandosi progressivamente da geniale solista in vero e proprio uomo squadra. In finale le giocate determinanti sono tutte sue, e nei match precedenti mette in mostra un solismo artistico abbinato a una visione del campo giù cristallina e globale, segnando pure a raffica.

Gli altri grandi: Ademir, il capocannoniere del mondiale, centravanti di manovra modernissimo, fa il vuoto e si conferma fra i giocatori più importanti del pianeta; Alcides Ghiggia, letale ala destra che sigla il gol del secolo al Maracana, chicca su una torta già gustosissima (sulla fascia l’esile uruguagio demolisce ogni marcatore); Telmo Zarra, centravanti spagnolo che in patria conta i gol con il pallottoliere, e che ai mondiali si consacra stella di prima grandezza sui palcoscenici più importanti (giusto poche settimane orsono tale Leo Messi ha superato il suo record di gol nella Liga, a conferma del suo peso storico un po’ sottovalutato); Lennart Skoglund, che con il suo sinistro da incantatore di serpenti reclama titoli importanti in prima pagina e trascina una Svezia mutilata da assenze di grido (su tutti, i tre assi che giocano a Milano) sino a uno storico terzo posto mondiale. Nacka (questo il suo soprannome) è peraltro in procinto di imbarcarsi a sua volta per il belapese, e i tifosi nerazzurri di vecchia data ancora si tolgono il cappello quando evocano le mirabolanti veroniche del suo piede mancino. Nel Brasile spicca anche Jair Da Rosa, che completa una prima linea da favola, grazie a una tecnica individuale eccelsa e alla notevole rapidità di movimento. Ecco quindi Gunnar Gren, che si impone in Italia come uno fra i massimi centrocampisti del mondo: la Milano rossonera si innamora subito del suo superiore senso del gioco e della regia, così come dei suoi efficaci inserimenti in area di rigore. Nonostante sia già maturo, Gunnar è fra i primi centrocampisti in circolazione, forse il più bravo di tutti in Europa. Infine, una menzione per Carlo Parola, difensore centrale di classe purissima (un libero ante-litteram), che si guadagna la palma di miglior giocatore della Juventus “artistica” campione d’Italia nel 1950. Per valutarne le qualità, basti ricordare che l’Avvocato Agnelli, a fine anni ’90, lo ha inserito nell’11 ideale di tutta la storia della Juventus, preferendolo a una concorrenza di notevole spessore.

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1951

World Player: Gunnar Nordahl

Il 1951 è annata storica per il Milan, che vince scudetto e Coppa Latina esprimendo un gioco offensivo e prorompente. Trovo allora giusto premiare il suo centravanti, capocannoniere sempre e comunque, un bisonte dotato di una forza fisica sovraumana e di un’innata capacità di vedere la porta (segna a raffica tanto di testa quanto con fulminei rasoterra sparati da ogni posizione), qualità che lo consacrano fra i grandi della storia. Il bisonte buono, ancora oggi, è il miglior marcatore straniero della storia del nostro calcio, e non può essere un caso.

Al secondo posto, il giocoliere concreto Gunnar Gren, miglior giocatore di una Serie A in costante ascesa e uomo cardine anche in Coppa Latina. Non è un caso se i suoi connazionali lo hanno eletto per acclamazione miglior giocatore svedese di sempre: i colpi di tacco smarcanti (il suo marchio di fabbrica) e le splendide (ma funzionali) acrobazie hanno indotto il compagno Liedholm a definirlo come una sorta di Maradona più arretrato e più compassato.

Al terzo posto, Ferenc Puskás: in Europa sta lentamente crescendo e maturando la Grande Ungheria, e il suo fuoriclasse principe vive una precoce maturità nazionale e internazionale. Forse segna qualcosa meno che negli anni precedenti, ma la sua squadra inizia a incantare il mondo, aprendo la strada alla rivoluzione: l’asso magiaro in gioventù non è attaccante puro, ma quasi più una mezzala a tutto campo che anticipa concezioni totali ancora in fieri.

Fra gli altri, brillano: ancora Schiaffino, che in Uruguay vive stagione di rendimento eccellente, tanto da essere celebrato come il miglior giocatore del campionato con ampio distacco sulla concorrenza; Niels Liedholm, altro perno del Milan svedese che si piglia tutto, encomiabile per continuità, intelligenza, freddezza, e pure abilità in fase di rifinitura; László Kubala, altra stella d’Ungheria che sbarca a Barcellona dopo la fuga dal regime, e che subito mette in mostra un mix di doti tecniche e fisiche particolarissimo (quasi un Rooney moderno con piedi da brasiliano), portando la casa Coppa del Re e quindi, nei mesi successivi, la Liga.

Stanley Matthews è per l’ennesima volta il migliore fra i sudditi di sua Maestà, e trascina il suo Blackpool ad un’annata da ricordare, entusiasmando i tifosi con le sue continue, eleganti fughe sulla fascia destra (per gli inglesi, negli anni ’40 e ’50, calcio significa sostanzialmente Matthews). Sándor Kocsis è uno splendido interno destro d’attacco ungherese che vive stagione brillante in patria (30 reti in 26 partite) e in nazionale (6 gol in 3 incontri), al fianco di Ferenc; l’altra stella emergente d’Ungheria è Nándor Hidegkuti, che trascina i suoi (matricole al cospetto dei fuoriclasse della Honved) a un inaspettato successo in campionato, e che in nazionale si trasforma in centravanti arretrato, capace di segnare a raffica e di mandare in gol con facilità i compagni, tanto da essere etichettato come l’uomo chiave del gioco rivoluzionario messo in mostra dai magiari; da ultimo, l’ennesimo ungherese, ancorché un filo “minore”, al cospetto delle suddette leggende: Istvàn Nyers, velocissimo esterno di un’Inter che contende lo scudetto al Milan, e miglior attaccante di movimento della serie A per tutta la stampa specializzata.

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1952

World Player: Ferenc Puskás

Le Olimpiadi di Helsinki regalano al mondo la favola della grande Ungheria, che demolisce avversari e riscrive la storia, anzi la stessa sintassi del calcio dall’alto di un gioco del tutto nuovo e meraviglioso. L’uomo chiave del successo è Ferenc Puskás, forse in quel momento il più grande giocatore del mondo, già da anni sulla breccia in patria per le sue straripanti doti di cannoniere. E’ importante ricordarlo: forse il break ungherese è ancora più pesante di quello esercitato dagli olandesi quasi venti anni più tardi, e Ferenc è l’elemento cardine attorno al quale ruota tutto il meccanismo ideato da Sebes.

Sono gli anni dell’Ungheria: e infatti il secondo posto lo merita László Kubala, che non gioca in nazionale causa problemi politici, ma che in Spagna è ritenuto il più grande di tutti, tanto che un certo Di Stéfano finirà con il considerarlo tecnicamente più bravo di Pelé. Il suo Barcellona vince 5 titoli in un anno solare e lui incanta la platea con un calcio sofisticato.

Al terzo posto, una chicca: il giocatore totale jugoslavo Branko Zebec, in teoria difensore centrale (dotato di mezzi atletici mai visti per l’epoca, specie per le abilità nel gioco aereo e lo stacco sul breve), di fatto alle Olimpiadi ala sinistra e capocannoniere della sua talentuosissima formazione, che quanto a estro e tecnica non ha nulla da invidiare ai giganti ungheresi (come seppero acutamente comprendere i critici più avveduti: il problema della Jugoslavia era la completa disorganizzazione).

Giganti ungheresi che come prevedibile incalzano nella graduatoria: troviamo infatti il cannoniere Sándor Kocsis, il miglior colpitore di testa mai apparso sul globo, ma anche uno che con i piedi fa quello che vuole; il regista del perfetto meccanismo magiaro, József Bozsik, ancora oggi reputato il numero uno all time nel ruolo, in patria e forse non solo; l’uomo chiave dal punto di vista tattico, il già citato Hidegkuti; altro fuoriclasse celebrato come talento superbo, che si consacra alle Olimpiadi come uno dei massimi giocatori del mondo, è lo slavo Bernard Vukas, attaccante completo e tuttofare dotato di due piedi vellutati e di buona tempra agonistica (peccato per il suo fiasco a Bologna, alcuni anni più tardi); ancora, ecco Schiaffino, che in patria disputa forse la stagione della vita in termini di resa e di efficacia sotto porta; John Hansen, che trascina la Juventus al meritato scudetto, grazie alla potenza fisica e alle capacità balistiche/acrobatiche; infine, un altro slavo, Rajko Mitić , autore di 6 reti e di prestazioni di alto livello in Finlandia, ennesimo giocatore importante della miglior generazione balcanica di sempre.

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1953

World Player: Ferenc Puskás

Tocca ancora a lui. L’evento dell’anno, nel 1953, è infatti l’impresa dei magiari, che umiliano i maestri britannici a Wembley con un roboante 6-3 che nell’immaginario collettivo pesa più di un mondiale, e che dà inizio al calcio moderno. Il fuoriclasse simbolo di una generazione irripetibile vive l’ennesima stagione da incorniciare e merita ancora una volta il gradino più alto del podio.

Al secondo posto, il già pluricitato Hidegkuti, il migliore dei suoi a Wembley, ma soprattutto l’uomo cardine di tutto il meccanismo creato da Sebes, che disputa nel 1953 la stagione della vita: Nandor sulla carta è un centravanti, ma di fatto è un falso nueve ante-litteram, un regista avanzato abilissimo nell’aprire spazi per i connazionali.

E’ l’epoca degli Ungheresi, e sul terzo gradino merita di sedere ancora una volta László Kubala, autore di una stagione che in Spagna lo porta a vincere tutto a mani basse e a conquistare premi individuali prestigiosi: Kubala segna come un attaccante puro, difende la palla come il centravanti più immarcabile, ha due piedi inarrivabili.

Altro momento cardinale del 1953 è la sfida fra Inghilterra e resto del mondo, giocata sempre a Wembley poco prima del ribaltone ungherese. Ma il 1953 è anche l’anno in cui Stanley Matthews finalmente mostra a tutto il mondo le sue superiori doti tecniche; in quegli epici scontri al suo fianco si erge anche il regolarista William Wright, centromediano grintoso, forte fisicamente e pure correttissimo; fra gli italiani, acquisisce fama internazionale e si afferma come attaccante di caratura mondiale il grande Giampiero Boniperti, in patria sulla breccia da anni, capace di imporsi come il migliore nel “resto del mondo” che pareggia a Wembley per 4-4 (dopo tante stagioni di lusso in maglia bianconera); se József Bozsik non può mancare perché non sbaglia una partita, per gli ultimi nomi è necessario guardare al Sudamerica e alla Coppa America che si disputa in Perù: ecco quindi l’ala destra Julinho, il giocatore più importante del campionato carioca, che trascina il Brasile al titolo, e il paraguaiano Heriberto Herrera, che diverrà celebre allenatore e che nel 1953 è eletto miglior giocatore del torneo; infine, si affaccia sul mondo la diabolica finta di un giovanissimo Mané Garrincha, che deflagra sul calcio brasiliano con 20 reti in 23 incontri, fra lo stupore generale (la sua andatura “scalena” pare adatta a tutto fuorché al calcio: eppure Mané mette subito a soqquadro i reparti difensivi dei compatrioti, e contende a Julinho il titolo di calciatore brasiliano dell’anno).

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1954

World Player: Sándor Kocsis

I mondiali più spettacolari e intriganti di sempre, secondo Gianni Brera, sono anche la definitiva consacrazione di Kocsis come il miglior attaccante puro del globo. A lungo priva di  Puskás, l’Ungheria si aggrappa a Kocsis e disarma il mondo e tutti gli osservatori con il suo calcio rivoluzionario. Testina d’oro segna 11 reti in pochi incontri e allora premiarlo diventa quasi doveroso.

Al secondo posto, Fritz Walter: è lui il simbolo e il Kaiser della Germania Ovest che per tutti usurpa il trono degli ungheresi a Berna. Fritz è attaccante mobile e di grande visione di gioco che illumina il calcio ruvido e fisico dei tedeschi, vedendosi finalmente tributati i giusti riconoscimenti dopo aver perso gli anni migliori per la guerra.

Al terzo posto, ancora una volta, Schiaffino: se gli uruguaiani a lungo fanno soffrire l’Ungheria molto del merito va a Pepe, che rispetto al 1950 è meno brillante sotto porta, e che però vive una lunga maturità, e si impone come miglior centrocampista del mondo, grazie a un mix irripetibile di facilità di calcio e visione del campo (Pepe era il genio della semplicità: dote unica in un giocoliere e perfetta per un regista). Dopo i mondiali passerà al Milan e in Uruguay la prendono bene, titolando “Irreparabile, se n’è andato il dio del calcio“.

Ecco gli altri protagonisti dell’annata: Helmut Rahn, ala destra dotata di una notevole potenza e di facilità di calcio, anche da fuori, che decide la finale mondiale in favore dei tedeschi, e che si confermerà nelle stagioni successive campione autentico; Julinho, che lascia a bocca aperta tale Fulvio Bernardini (“Un’ala può arrivare a Julinho, non oltre“) mentre tutti si stropicciano gli occhi per gli assi magiari; naturalmente, non possono mancare Hidegkuti e Bozsik, fautori di una stagione e soprattutto di un mondiale di elevata caratura; nonostante gli acciacchi e le assenze non può naturalmente mancare anche Puskás, che pure in finale, mezzo zoppo, è il trascinatore dei suoi; nel Brasile, inizia a brillare la stella lucida dell’orchestratore Valdir Pereira, per tutti Didì, già da tempo campione celebrato in patria che finalmente si manifesta in tutto il suo genio anche al resto del mondo; completa la top ten l’austriaco Ernst Ocwrick, centrocampista centrale dotato di forza, senso della posizione, una discreta castagna da fuori; per tutti, è lui l’uomo cruciale dell’ultima grande Austria del secolo, nonostante vi figurino altri giocatori di vaglia (Happel, Stojaspal e Zeman su tutti).

Su Francesco Buffoli

Francesco, 33 anni, è un avvocato ammalato di musica e di calcio, che ama più di ogni altra cosa i giocatori dotati di grande tecnica e di fantasia, per lui la vera essenza di questo sport

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