Piramide World Player (2000-2004)

2000 World Player: ZINEDINE ZIDANE

Il 2000 è l’anno in cui, per Zizou, il paragone con Platini cessa definitivamente di risultare improbo. Zidane prima disputa con la Juventus la stagione più impressionante della carriera, in termini di continuità e di lucidità nelle fasi calde, e poi agli europei gioca un campionato favoloso, con pochi precedenti. Straordinario è il suo apporto nelle sofferte qualificazioni strappate a Spagna e Portogallo: lui, volendo banalizzare con i numeri, disputa sempre partite da “8” pulito, e poi si mette la squadra sulle spalle e realizza i gol decisivi. Non ci sono dubbi: il numero uno del pianeta è l’asso francese, un corazziere con i piedi fatati.

Di poco inferiori, anche nel torneo di Belgio e Olanda, sono le prestazioni dell’asso portoghese Luìs Figo, che la regia di France Football, esagerando, a fine anno antepone a Zizou per motivi comportamentali, ma che certo rimane protagonista della stagione della vita, oltre che del trasferimento di mercato che abbatte per la prima volta il muro dei 100 miliardi di lire (dal Barcellona al Real Madrid). Come Zidane, anche Figo è straordinario agli Europei, specie nel match contro gli inglesi (quando segna un gol da distanza siderale), così come in semifinale. Come se non bastasse, in Spagna regala spettacolo per mesi e mesi, relegando nell’ombra anche gente del calibro di Rivaldo.

Terzo? Francesco Totti. Il ventiquattrenne pupone della Roma raggiunge la maturità e guadagna fama internazionale nell’anno del Giubileo. Con la Roma, per la verità, già da un paio di stagioni si è imposto come attaccante e trequartista di pregevolissima fattura, accostato a Rivera per cambi di gioco e visione di campo, e dotato di un bagaglio atletico superiore a quello dell’abatino. Totti agli Europei è il leader degli azzurri, e in finale gioca una partita sontuosa, sciorinando giocate sopraffine in serie, e avviando con un geniale colpo di tacco l’azione che porta in vantaggio l’Italia. In quella partita, per tutti, oscura persino Zidane: escluderlo dal podio sarebbe quindi un’ingiustizia.

Agli europei non gioca, ma lo fa e sin troppo bene nel Milan il fuoriclasse ucraino, in prepotente ascesa di rendimento, Shevchenko: i gol in Serie A sono 24, il titolo di re dei bomber è subito suo, e un Milan pericolante si affida alla sua capacità di bucare con regolarità le difese avversarie (specie nei big match) per conquistare punti e posizioni importanti. Il 2000 è anche l’anno in cui il mondo riscopre il talento del giovane Thierry Henry. Titì, con la Francia, è diventato campione del mondo a 21 anni, ma decisamente da comprimario. E’ passato da Torino, per giocare male e fuori ruolo. Quindi lo sbarco in Inghilterra, all’Arsenal, cui è seguita la definitiva maturazione: Henry è un esterno che svaria su tutto il fronte offensivo, segna e costruisce il gioco. Agli Europei è il più bravo fra i suoi, dopo Zidane, e menzionarlo è quindi un dovere morale. Chi ha vissuto l’epoca ricorderà il calcio supersonico, aggressivo e giostrato su ritmi impensabili (un pochino sospetti) del Valencia di Cuper, il cui astro nascente è il tuttocampista  Gaizka Mendieta, giocatore completo e pluriruolo (ala, mediano, regista, tuttofare). Il Valencia approda in finale di Champions, e molto del merito spetta al biondo Gaizka, che volerà subito a Roma, sponda Lazio, senza tuttavia lasciare tracce significative del suo passaggio. Un altro spagnolo nel 2000 gioca una stagione di prima categoria: Raúl González Blanco. L’attaccante madrileno è sulla breccia per la verità da 4, 5 stagioni, ma è solo nel 2000 che diventa un gigante nel ruolo. Il Real torna per la seconda volta in pochi anni sul tetto d’Europa e deve tantissimo al talento cristallino del suo attaccante, determinante anche e soprattutto nel duello ad alta quota con lo United: il primo tempo all’Old Trafford finisce 3 a 0 per gli ospiti, e gli sportivi britannici applaudono a scena aperta la prestazione del giovane iberico, che quella sera si issa definitivamente fra i migliori calciatori del pianeta. Peccato solo che le sue prestazioni all’Europeo non siano particolarmente incisive. La Lazio, campione d’Italia per la seconda volta nella sua storia, esige qualche citazione: il suo giocatore cruciale è il ceco Pavel Nedvěd, che scorrazza sulla fascia sinistra dell’Olimpico già da qualche tempo, e che nel 2000 diventa ancora più forte. Il suo apporto, in termini di classe, corsa, forza pura e cattiveria agonistica è pesante come quello di nessun altro. O meglio, forse, dopo aver chiesto scusa alla Bruja Veron e al Cholo Simeone (entrambi maestosi), siamo costretti a menzionare Alessandro Nesta, che nel 2000 diventa il centrale difensivo più affidabile e più completo dell’universo (Lazio o nazionale italiana non fa la differenza: gli olandesi in semifinale si trovano davanti un elegante, insuperabile muro). Merita un’ultima menzione il leggendario Batistuta, che lascia Firenze nello sconforto (dopo aver superato il record di Hamrin, nell’ultima partita in maglia viola, con 3 reti!), per andare a Roma e diventare così l’asse portante dell’attacco dei giallorossi che si involano verso lo scudetto. Il suo contributo realizzativo nel girone d’andata del campionato 2000/2001 (quello dello scudetto) è semplicemente impressionante: Batistuta è il centravanti più determinante del pianeta, fortissimo nel gioco aereo, abile con i piedi, “cattivo” al punto giusto quando si tratta di fare a sportellate in area di rigore. Infine, un assaggio di sublime e geniale lentezza con un giovanissimo trequartista argentino, poco esplosivo ma capace di vedere il gioco come nessuno, elegante, incantevole. Si tratta di Juan Román Riquelme, ventiduenne di fantasia del Boca Juniors che vince la Libertadores, e che poi supera il Real Madrid in Coppa Intercontinentale: il braccio della vincente spedizione argentina è Palermo, ma le giocate che risolvono l’incontro a favore degli xeneises sono tutte creazioni del geniale gatto di marmo, eletto a fine incontro il migliore in campo.

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2001

World Player: RAúL GONZáLEZ BLANCO

Eccolo: l’attaccante del Real è all’apice di una carriera magistrale, e anche se il sogno del bis europeo si infrange in semifinale, è lui il più bravo di tutti nell’anno solare 2001. Raul è un giocatore meno appariscente di altri per doti tecniche e atletiche, eppure è dotato di un’intelligenza (anche tattica) e di una visione di gioco superiori, e sotto porta è il più letale dei bomber. Chi l’ha ammirato dal vivo potrà confermare che la vera grandezza di Raul emerge anche e soprattutto per la capacità di muoversi sullo scacchiere tattico della partita con una sublime intelligenza. Il Real Madrid in patria dà spettacolo e in Europa resta fra i grandi, e il Real Madrid, di fatto, è lui.

Medaglia d’argento per il grandissimo portiere Oliver Kahn, già da tempo fra i più celebrati estremi difensori del mondo, che è decisivo come nessuno per il successo europeo del suo Bayern di Monaco. Kahn è una saracinesca insuperabile, anche e soprattutto nella finale strappata al Valencia ai rigori, e in generale offre una sensazione di onnipotenza come solo il miglior Buffon.

Terzo, il pallone d’oro ufficiale Michael Owen, affermatosi già ai mondiali di Francia e di nuovo grande protagonista con la maglia dei Reds. Il Liverpool nel 2001 vince una marea di trofei, compresa la Coppa UEFA, e lui è stabilmente fra i più bravi, nonché l’uomo che idea e che costruisce le giocate determinanti sotto porta, grazie a una velocità sul breve stupefacente, abbinata a una notevole agilità e due piedi da sudamericano. Peccato che a soli 22 anni Michael sia già vicino a un precoce, inatteso tracollo fisico, perché il talento per diventare un grandissimo c’era tutto.

La top ten è un parterre reale. Zidane è al centro della attenzioni di tutto il mondo per il trasferimento al Real Madrid, che polverizza il record di Figo dell’anno precedente, ma è anche fautore della miglior stagione in bianconero: la Juventus contende alla Roma il titolo e lui è semplicemente maestoso, come mai gli era accaduto, nel corso di tutta la stagione. Regista a tutto campo, trequartista, inventore, genio, combattente: Zizou è il calcio, un mix mai visto fra doti atletiche, tecniche e temperamentali, quasi un trequartista giunto dal futuro. Favolosa è ancora una volta l’annata dell’inglese David Beckham, sempre meno ala e sempre più regista defilato dello United, che mostra grande mobilità e una facilità di calcio proibitiva per la concorrenza. Nel “suo” 2001 ricordiamo anche alcune brillanti prestazioni internazionali (un’amichevole con l’Italia in cui costruisce palle gol e giocate sopraffine per 90 minuti, meravigliando gli scettici commentatori della nostra tv). Shevchenko è un’altra garanzia: la sua facilità nel trovare la porta è senza paragoni, il Milan è tutto sulle sue spalle, anche in Europa (Sheva segna a raffica sempre e comunque). Ci sono pochi dubbi: dopo Raul, l’ucraino è l’attaccante più forte del pianeta. Come lui, l’onnipresente Rivaldo: a Barcellona arretra forse di pochi centimetri rispetto al rendimento alieno delle stagioni precedenti, ma nella sostanza cambia poco, Rivaldo è un atleta completo e un brasiliano vero per qualità e fantasia, e non delude praticamente mai, dimostrando una classe e continuità in ogni contesto, a dispetto di una certa lentezza nei movimenti, e soprattutto una facilità di calcio (anche da fermo) impossibile. Nel Bayern campione il giocatore cruciale, premiato non a caso come numero uno della Champions, è il bizzoso, “difficile” Stefan Effenberg, mediano e regista non velocissimo ma impeccabile, cattivo, grintoso, capace di lampi di genio. Il trofeo conquistato a San Siro suggella la sua discontinua carriera, consacrandolo fra i grandi del pianeta. La Lazio nel 2001 non replica il successo dell’anno precedente, ma gode dell’apporto di Hernán Jorge Crespo. L’argentino è fra gli attaccanti più bravi in circolazione da diversi anni; a Parma è diventato un idolo e un vincente, con la Lazio vive la stagione più importante della sua carriera, sotto porta, sfiorando lo scudetto: i suoi gol, alla fine, sono 26 (leggasi: tantissima roba). Decimo solo sulla carta il nostro Francesco Totti, sempre sugli scudi nell’anno che porta alla Roma giallorossa il terzo titolo della sua storia. Francesco è capace di giocate impensabili in termini di lucidità e di rapidità di pensiero, è il numero uno nel lancio di prima spalle alla porta, e vanta doti balistiche (una facilità e precisione di calcio senza paragoni) e atletiche di prim’ordine, tanto che non sfigura accanto ai più grandi calciatori del pianeta.

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2002

World Player: RONALDO

La rivincita del Fenomeno: Ronaldo l’abbiamo lasciato a Saint Denìs nel 1998. Oddio, non è che dopo abbia fatto poco; anzi, con l’Inter, quando è sceso in campo, ha fatto quasi sempre grandi cose, per quanto sia apparso spesso come una copia sbiadita del giocatore sovrannaturale ammirato nei primi anni di carriera. In Giappone e Corea, in ogni caso, Ronaldo si riscatta: dopo i dolori del 5 maggio e lo scudetto sfumato all’ultimo istante, il brasiliano si conferma sempre a suo agio con la maglia della Seleçao, segna gol determinanti come se piovesse, decide la semifinale contro la frizzante Turchia e poi mette due reti in finale. Lampi da fenomeno, per una rivincita memorabile contro il destino.

Siede sul secondo gradino del podio, forse ingiustamente, il suo connazionale Roberto Carlos. Agli attaccanti spetta quasi sempre la copertina, ma il giocatore più bravo, nell’arco dell’anno solare 2002, con ogni probabilità è il piccolo esterno sinistro. Un giocatore unico che incarna due ruoli: terzino esplosivo e abile – il giusto – anche nella fase difensiva, e poi debordante ala sinistra, dotata di uno fra i primi sinistri all time. Decisivo come nessuno sui calci da fermo, capace di bucare le retroguardie avversarie come il migliore dei rifinitori, utile persino in zona gol: Roberto è un fuoriclasse completo, che porta a casa Champions e Coppa del Mondo da protagonista cruciale.

Al terzo posto, il migliore della spedizione verdeoro, ovvero Rivaldo. Il suo apporto al gioco brasiliano è superiore anche a quello dell’illustre primadonna, e anche sotto porta il gigante catalano inventa soluzioni importanti. Peccato che, a soli 30 anni, Rivaldo sia al canto del cigno: il suo trasferimento al Milan, celebrato come il colpo dell’anno, si rivela un parziale fiasco (Rivaldo incanta e disegna calcio solo a sprazzi, e appare ai più come fisicamente bollito).

La Germania del 2002 contende a poche altre formazioni la palma di finalista mondiale più scadente in assoluto. Ci sono però alcune significative eccezioni: su tutte, spicca quella di Oliver Kahn, ancora una volta il miglior portiere del mondo. Visto il ruolo, il suo contributo alla cavalcata dei teutonici è quasi irreale: Oliver sbroglia ogni tipo di soluzione complicata, mette pezze in tutte le gare a eliminazione diretta. E certo l’errore su Ronaldo non sposta più di tanto le cose. La seconda eccezione è Michael Ballack, centrocampista completo, che esce sconfitto dal 2002 solo sulla carta: in realtà la sua stagione, tanto a Leverkusen quanto in Giappone e Corea, è straordinaria. Michael ha un fiuto del gol atipico, è lucidissimo in ogni fase del gioco, sa farsi valere in fase di rifinitura. Il prosieguo della carriera non sempre sarà all’altezza, ma il miglior Ballack era tantissima roba. Zidane non può mancare per nessuna ragione al mondo: il flop dei francesi ai mondiali dipende solo il minima parte da lui (e in larga parte dall’appagamento dovuto alla doppietta 1998-2000). Il Real però conquista con pieno merito la nona e lui è il primo violino dell’orchestra. Come di consueto, si esalta nelle fasi cruciali: il Camp Nou si arrende davanti alle sue giocate risolutive, e Glasgow, in finale, ammira uno fra i gol più spettacolari della storia, una magnifica volata con il sinistro che costringe alla resa i tedeschi del Leverkusen. Robe da genio. Il suo compagno Raúl González Blanco ancora una volta non gli sfigura accanto: si conferma anzi il giocatore più intelligente del pianeta, oltre che un attaccante dotato di un sinistro importante e della lucidità dei fuoriclasse in Europa. Ancora una volta, lo spagnolo timbra una finale di Champions, dove figura sempre fra i migliori, e quindi merita una citazione. Henry ai mondiali combina poco, ma con la maglia dell’Arsenal spicca definitivamente il volo, trasformandosi nel miglior attaccante “totale” del pianeta. Segna solo in Premier 24 reti, ma soprattutto è l’uomo cruciale del miglior Arsenal dell’era moderna, un colosso tecnicamente raffinatissimo, un grande assist man, un centometrista con i piedi di velluto. Il giovane, piccolo turco Yıldıray Baştürk merita a sua volta la top ten, perché vive una stagione da mezzala di caratura mondiale, prima a Leverkusen e poi ai mondiali, quando è il protagonista principe dello storico terzo posto dei suoi. Non saprà più ripetersi, ma la sostanza cambia poco: nel 2002 solo in pochi possono guardarlo dall’alto in basso. Ancora un po’ di Brasile: Lucimar Ferreira da Silva, meglio noto come Lucio, nel 2002 gioca come nessun altro nel ruolo. Centrale statuario dotato di piedi importanti, al Leverkusen solca il campo con facilità impressionante, ai mondiali- al netto di un brutto errore su Owen- è un armadio insuperabile, dotato anche di una certa velocità.

2003

World Player: PAVEL NEDVED

Il ceco nel 2003 merita il pallone d’oro, e anche il nostro più prosaico premio. Mettere in discussione la sua stagione sarebbe follia: e anzi, inserirlo in top ten nel 2002 non sarebbe stato un errore (ma nell’anno dei mondiali i criteri si modificano un po’). Pavel è un centrocampista totale e letale: superbo nella corsa, capace di castagne da fuori imprendibili, carismatico, grintoso, bravo tecnicamente. E’ per distacco il miglior giocatore del campionato italiano, e pure della Champions: zittisce il Camp Nou con una prestazione magistrale; poi disputa la partita della vita contro il Real, quando i suoi infliggono una lezione storica ai blasonati avversari. In finale a Manchester non scende in campo, e forse la sua assenza risulterà decisiva. Cambia poco: il numero uno del mondo, nel 2003, è lui.

Per una volta assecondiamo France Football: al secondo posto Thierry Henry. Ovvero, il miglior attaccante del pianeta, pienamente a suo agio anche sui palcoscenici europei (nessuno ha dimenticato la tripletta con cui umilia l’Inter a San Siro). Titì vola come il miglior Ronaldo, si muove su 50 metri di campo come una mezzala, segna e regala perle tecnicamente pregevoli. In altre parole: è un fenomeno.

Terzo posto per Shevchenko, l’uomo chiave del Milan campione d’Europa. In Serie A qualche malessere di troppo ne frena la resa, ma in Europa l’ucraino ritrova lo smalto dei giorni migliori e si conferma uomo da grandi appuntamenti (chiedere informazioni ad Ajax, Inter, e Porto). La stagione successiva inizia macinando reti e avversari nella squadra spettacolo allestita da Ancelotti. Se c’è qualcuno all’altezza di Titì, questi è proprio il fuoriclasse rossonero.

Zidane è una costante della top ten, e mica per caso: a 31 anni il francese è ancora al top, nella Liga canta e porta la croce, rubando il cuore agli esigenti tifosi del Real; in Europa, si conferma tuttocampista elegante, e non sfigura al cospetto del miglior Nedved di sempre. Un’altra leggenda torna a sedere fra i grandissimi, nonostante l’età non sia più verdissima: si parla dell’eterno Paolo Maldini. Il difensore rossonero è ferito dalle critiche ricevute dopo il – deludente – mondiale nippo-coreano, pensa addirittura di appendere le scarpe al chiodo. Ma fortunatamente non lo fa, e anzi disputa una stagione di altissimo profilo, degna di quelle della prima metà degli anni ’90, quando era il numero uno al mondo nel ruolo e per distacco. In Europa Paolo conferma la personalità dei grandi, doti atletiche ancora eccellenti e un rendimento senza sbavature: tanto che metterlo sul podio sarebbe stato legittimo. Figura come terzino, ma gioca da ala aggiunta l’altro fuoriclasse Roberto Carlos, che si conferma sugli standard inarrivabili della stagione precedente; anzi, è quasi di default il numero uno in campo nel Real di Zidane, Raul, Figo e Ronaldo. Il suo sinistro affilato e letale rimane l’arma più pericolosa in circolazione. Nel Real campione di Spagna, e grande protagonista in Europa, fanno cose importanti anche Raul, che vive il momento più alto della carriera (pur segnando meno, gioca sempre meglio), e Ronaldo, passato a Madrid dopo un’estate infuocata (le accuse di tradimento, la rabbia dei tifosi interisti, le accuse a Cuper etc..). A Madrid Ronaldo non può più volare come ai tempi d’oro della prima stagione interista, ma mostra un repertorio tecnico sconfinato e la capacità di mettere palloni in porta con regolarità, su tutti i fronti (memorabile una tripletta messa a segno nel teatro dei sogni, l’Old Trafford). Il suo grande rivale della stagione 97/98, Alessandro Del Piero, deve a sua volta figurare fra i giganti del mondo, perché dopo un lungo periodo buio e un po’ anonimo alza nuovamente la voce. Sia in patria, dove è – dopo il ceco – il numero uno fra i bianconeri, sia in Europa, dove torna a mostrare le proprietà magiche del suo piede destro (chiedere informazioni ai frastornati difensori del Real). Ultimo ma non ultimo un grande centravanti vecchio stampo come Ruud van Nistelrooij, sensazionale uomo gol dello United, che in Europa frantuma ogni record. Ruud è un combattente dell’area di rigore, dotato di piedi discreti e grande abilità balistica (oltre che nel gioco aereo).

2004

World Player: ANDRIJ SHEVCHENKO

Nell’anno solare in cui il Quarto Stato (leggasi Porto, Monaco, Grecia) si prende una rivincita storica sulla nobiltà, tocca a Sheva raccogliere lo scettro dalle mani di Nedved. Per tante ragioni: sin dai tempi di Kiev, l’attaccante è un mix di potenza, precisione e personalità doloroso per ogni avversario. Sheva segna con il pallottoliere e poi decide match importanti in serie: solo nel 2004, le due sfide scudetto contro la Roma le risolve lui, immarcabile, implacabile. In Europa fa il suo dovere in pieno, prima dello psicodramma spagnolo. Il premio corona una carriera di grandissimo livello.

Gli contende l’oro sino alla soglia del traguardo il campione portoghese Anderson Luís de Souza, per tutti Deco. L’uomo cardine, forse l’unico vero fuoriclasse del Porto di Mourinho è lui, fantastica mezzala dotata da madre natura di tecnica di base eccellente, grande visione di gioco e discreta abilità nella conclusione. La sua stagione è da incorniciare, Deco è il miglior giocatore della Champions più anomala di sempre, e agli Europei mette le ali, confermandosi regista avanzato con pochi eguali al mondo. La Grecia lo beffa sul più bello, ma la sostanza non cambia: Deco è giocatore di caratura mondiale, e gli anni di Barcellona confermeranno in pieno la tesi.

Terzo, ancora una volta immane, è Thierry Henry. L’attaccante transalpino vive il momento di massimo splendore della carriera, a 27 anni è nel pieno dei suoi enormi mezzi atletici e questo gli consente di mettere a soqquadro le difese di tutta la Premier, così come di incantare l’Europa, pur giocando in un Arsenal “minore”. Accanto a Sheva, è proprio lui il giocatore d’attacco più decisivo del mondo.

Nel 2004 si affaccia finalmente fra i grandi del mondo un certo Ronaldinho. In Confederations Cup, dopo un avventato paragone con Cruijff, alcuni critici lo derubricano a soprammobile di lusso. Scelta avventata: dopo anni di alti e bassi (doti tecniche inarrivabili, tantissime pause), Dinho spicca il volo e si impone come uno fra i primi giocatori del mondo. Il suo destro proviene dal regno delle cose inspiegabili e può tutto, lui trova anche una certa solidità/esplosività atletica, e tutto il Barcellona si aggrappa al suo talento per tornare fra le grandi, dominando la Liga negli ultimi mesi dell’anno. I milanisti ricorderanno un elastico stampato in faccia a Nesta, con sinistro che si accomoda nel sette: robe da fenomeno. Un altro brasiliano incanta gli appassionati di tutto il mondo, nello stesso anno solare, scomodando paragoni impegnativi per la maglia rossonera (Rivera, Van Basten): si parla di Kakà. La sua stagione di debutto è forse la migliore in assoluto sul piano della continuità, Kakà è l’uomo chiave quando si tratta di accelerare il gioco e di lasciare sul posto gli avversari, in più dispone di un talento tecnico di alto profilo. Anche l’Europa, quello che sarà il suo palcoscenico naturale, inizia a fare i conti con la sua classe. Sempre di Brasile si parla, nel 2004: l’altro fenomeno, destinato tuttavia a un repentino e inatteso declino, è Adriano. Il giovane carioca dispone di una potenza fisica sconcertante, abbinata a un sinistro affilato e a buone doti di corsa: sembra il classico giocatore destinato a segnare un’epoca, gli interisti si innamorano della sua esuberanza ed evocano le gesta di Ronaldo il fenomeno. La carriera sarà un flop colossale, ma ciò non toglie che il gigante nel 2004 faccia tutta la differenza del mondo.

Tempo di giovani promesse: dall’Inghilterra spunta un attaccante rapido e tozzo, che con il destro sembra capace di qualsiasi prodezza. Si tratta di Wayne Rooney, diciannovenne che “spacca” la Premier, prima di sbalordire tutta l’Europa in Portogallo: un certo Sir Alex Ferguson lo etichetta subito come il miglior talento inglese dai tempi di Bobby Charlton. Anche nel suo caso la carriera sarà un po’ meno importante del previsto, ma le qualità ci sono, la personalità anche: Wayne si sente subito a suo agio fra i grandi del mondo. La Grecia che compie l’impresa del secolo merita almeno una citazione, e allora andiamo su Theodoros Zagorakis, ottima mezzala tuttofare che in Portogallo inventa e cuce il gioco, collezionando premi come migliore in campo. La giuria del tempo lo dimentica, ma a nostro modo di vedere un posticino fra i dieci può meritarlo l’olandese Clarence Seedorf, che disputa la stagione più brillante di tutta la carriera. Il Milan-spettacolo si aggrappa alla sua classe, soprattutto nei match caldi, quando il suo destro letale, le sue capacità di controllo e di gestione della palla e la sua personalità fanno la differenza (leggasi derby, Juventus, qualche apparizione europea). Infine, una citazione per Francesco Totti, uomo chiave della Roma che contende il titolo ai rossoneri: in campionato il suo rendimento è spaziale, Francesco è attaccante totale e segna pure a raffica, consacrandosi definitivamente come fuoriclasse autentico, oltre che come il miglior giocatore del nostro calcio. Anche per questo il suo Europeo deludente lascia l’amaro in bocca: in caso contrario, nessuno gli avrebbe tolto il podio.

Su Francesco Buffoli

Francesco, 33 anni, è un avvocato ammalato di musica e di calcio, che ama più di ogni altra cosa i giocatori dotati di grande tecnica e di fantasia, per lui la vera essenza di questo sport