Piramide World Player 2015

Diciamo la verità: il pallone d’oro non conta più nulla, il premio vero è quello assegnato qui.

Battute a parte, ogni anno sfodereremo la lista di quelli che sono, a nostro avviso, i dieci giocatori più meritevoli. Con tanto di motivazione, e pure con l’indicazione di una teorica rosa di riserve: gente che avrebbe potuto ambire alla top ten, ma che viene esclusa per ragioni di spazio, oppure per qualche piccola pecca.

PIRAMIDE WORLD PLAYER: LIONEL MESSI

Tocca nuovamente al sublime genio argentino, e sfido chiunque, in questo caso, a sollevare la mano per obiettare qualcosa. Facciamo un passo indietro: esattamente 13 mesi orsono, Lionel era una sorta di fantasma. Reduce dalla stagione meno brillante della carriera (non tanto in termini realizzativi, quanto per la qualità, la personalità, la presenza nelle partite calde), oltre che da un mondiale più ombre che luci, nonostante l’approdo alla finale, Leo sembra un giocatore già mezzo bollito a soli 27 anni. In campo pare camminare. E il Barcellona naturalmente ne risente: è sempre ai vertici, ma sembra impotente davanti alla corazzata Real e alla garra dell’Atletico. A gennaio, tuttavia, Messi cambia passo. Nella Liga, che deciderà con un sublime tocco di sinistro in primavera. Ma soprattutto in Champions: Messi fra City, PSG, Bayern e (in parte) finale è quasi sempre l’uomo più del Barcellona. In Inghilterra fa ammattire mezza difesa del City da solo, con il PSG scova giocate illuminanti, con il Bayern concretizza la superiorità dei suoi con due numeri d’alta scuola. In finale forse non eccelle, ma la giocata del 2-1 porta ancora una volta la sua firma. Aggiungiamo una finale di Supercoppa in cui costringe a sollevare la mascella da terra, e possiamo mettere da parte ogni obiezione: Messi nel 2015 è il numero uno al mondo, porta a casa una cinquina (dopo i risultati storici delle stagioni 2009 e 2011), e merita il terzo World Player della carriera.

Secondo di un nulla, il cannibale Luis Suárez. A fine 2014, il centravanti uruguagio è il bersaglio prediletto degli strali di tifosi e appassionati blaugrana: sbaglia controlli elementari, si incaponisce in giocate infantili, litiga pure con i pali della porta. Insomma, pare l’ennesimo flop. A gennaio, anche nel suo caso, la trasformazione: Luis aggiunge al gioco arioso e un po’ accademico dei suoi la giusta dose di cattiveria e di profondità. E decide tutto: il Clasico di marzo; gli ottavi, quando ammutolisce l’Ethiad; i quarti di Champions, quando umilia David Luiz e tutta la difesa dei francesi; la finale, con gol da opportunista puro. Non solo: Suarez è una macchina da gol e un guerriero in ogni circostanza, anche a novembre lascia a bocca asciutta il pubblico di Madrid, suggellando una doppietta. L’uruguaiano non ha il genio di Messi, naturalmente, ma il suo apporto – per l’irripetibile stagione dei catalani – non è inferiore: indi, il secondo posto gli spetta di diritto.

Terzo gradino del podio, per Carlos Tévez. Se la Juventus torna in finale di Champions dopo 12 anni, gran parte del merito va attribuito al piccolo attaccante argentino. La cui carriera, a modesto parere di chi scrive, è terribilmente sottovalutata: sin dai tempi del Boca Juniors, Carlitos ha dimostrato di essere attaccante tecnicamente eccellente e dotato di tempra agonistica, oltre che di garra. Un lottatore a tutto campo, che all’impatto con il calcio italiano ha fatto il vuoto, dopo aver fatto ampiamente il suo dovere anche oltremanica. Unica piccola, grande pecca: un rendimento europeo non sempre all’altezza, nelle ultime stagioni. Beh, poco male: nel 2015 Carlitos riscatta tutto. Se in campionato si conferma l’uomo chiave della Juventus (20 reti e tanto, tanto altro), in Champions fra Borussia e Madrid è il trascinatore e risolutore. Dopo l’estate torna in Argentina e dimostra che la sua carriera tutto fuorché finita.

Fuori dal podio – forse solo per ingiustizia – il sublime ex-bambino prodigio Neymar. Il suo 2015 è da incorniciare: O’Ney ha classe infinita, una fantasia quasi infantile (i giochi di finte, il dribbling leggero e quasi surreale, i colpi ad effetto), è forse l’ultimo brasiliano vecchio stampo del calcio (gli accostamenti con Manè, per quanto eccessivi, rendono l’idea). E ha pure la personalità dei grandi: il suo gioco non è solo divertimento (incredibile una piroetta autunnale nella Liga), in quanto il brasiliano mette a segno reti pesantissime, punendo regolarmente Real, Atletico, PSG, Bayern e pure Juventus, e offrendo spesso la sensazione di essere immarcabile. Unica pecca: una certa tendenza al narcisismo. Quando saprà limare questi piccoli difetti, Neymar diverrà giocatore spaziale. Altro giocatore che avrebbe potuto forse ambire alla sacra triade è il tuttocampista cileno Arturo Vidal. La stagione monstre della Juventus porta la sua firma incisa a caratteri cubitali: Vidal ha sette polmoni, piedi educati, carattere di ferro, carisma. A Madrid incanta gli osservatori di mezzo mondo, e il Bayern decide di portarselo a casa. Ma il momento magico del suo 2015 arriva d’estate, in patria: il Cile vince la Coppa America e Arturo è il leader e trascinatore della squadra, autore di prestazioni magistrali. Il suo impatto in Germania è ottimale: il cileno non soffre le pressioni e si mostra a suo agio sui campi teutonici. A 28 anni, è uno fra i migliori centrocampisti del mondo.

Restiamo dalle parti di Monaco per tributare i doverosi omaggi a un fuoriclasse come Robert Lewandowski, l’unico centravanti capace di evocare le movenze raffaellite dell’inarrivabile Cigno di Utrecht. Ma anche una vera e proprio macchina da gol: piedi sopraffini, forza fisica, senso del gol, intelligenza. Robert ha tutto, e in autunno sembra baciato dalle stelle: colleziona record, trascina il Bayern Monaco in vetta al campionato, tramortisce gli avversari anche in Champions, segnando a raffica. Un fuoriclasse nel pieno della maturità. L’esaltante cavalcata degli uomini di Sampaoli in Coppa America obbliga almeno ad un’altra citazione: Alexis Sánchez. Reduce dalle stagioni buone, ma mai esaltanti, in Catalogna, nel 2014 il cileno sbarca a Londra, sponda Arsenal, e ritorna l’attaccante immarcabile visto per qualche tempo a Udine. Il suo cambio di passo palla al piede non teme paragoni, Alexis è l’uomo più della compagine inglese, e in patria è quasi sempre sugli scudi, tanto che nel successo dei suoi pesa quanto il leader Vidal. Un campione vero, che trova finalmente la giusta consacrazione. L’eterno rivale di Messi, Cristiano Ronaldo, deve figurare – nonostante sia sempre più giocatore da almanacchi, ovvero collezionista di record non sempre determinanti – perché nella Liga segna 48 gol in 35 partite. Ovvero è un trattore, e viaggia su medie che evocano un calcio antico: gli anni ’50, il sistema puro, i tempi delle goleade. Anche in Champions, pur non disputando prestazioni particolarmente positive, Cristiano è sempre letale sotto porta, e in autunno supera sé stesso mettendo in saccoccia 11 reti nelle 6 partite del girone. La top ten, pertanto, gli spetta di diritto.

Discorso analogo vale per Gonzalo Higuain, per tutti il Pipita. Il centravanti argentino è l’anima, il cuore e il giocatore di maggior classe del Napoli che torna a lottare con prepotenza per lo scudetto. Accostare il suo nome a quello dei centravanti di Barcellona e Bayern è legittimo: tanto nella stagione 2014/2015, quanto (e anzi, soprattutto) nei primi mesi di quella successiva, l’attaccante napoletano sposta letteralmente gli equilibri, risolve continuamente. Segna un gol a partita (21 reti in altrettanti match), ma anche nel suo caso le statistiche fotografano solo in parte la qualità e il peso delle sue giocate. A 28 anni, Gonzalo è al meglio dei propri mezzi tecnici e atletici, e deve figurare fra i migliori del pianeta.

Per l’ultimo posto, la rosa è ampia e di grande valore: spezza il cuore escludere Arjen Robben, autore della stagione della vita in Bundesliga, specie in termini realizzativi, ma sempre rotto nelle fasi cruciali; dispiace altresì escludere l’artista Mesut Özil, che smentisce i detrattori e le loro teorie sul soprammobile di lusso, sciorinando prestazioni eccellenti a tutto campo e sublimi assist con continuità; come lui, un altro grande artista come il Mago Valdivia, autore di una splendida Coppa America, ma escluso perché confinato – più che altro per problemi caratteriali – in un calcio minore. Sarebbe doveroso citare Ivan Rakitić, forse il miglior centrocampista europeo della stagione, valutando continuità e classe, e non sarebbe una bestemmia neanche inserire l’illusionista Andrés Iniesta, che escludo causa qualche grigiore e qualche appannamento di troppo in campionato, a fronte di alcune prestazioni magistrali sparse fra Champions e match caldi (PSG, finale di Coppa, il Clasico di Madrid a Novembre). Ancora, ho preso seriamente in considerazione Thomas Müller, attaccante e anzi giocatore sempre più a tutto campo, capace di issarsi peraltro su medie realizzative da centravanti puro, protagonista dell’ennesima grande stagione del Bayern. Infine, ben potrebbe figurare fra i 10 grandi del mondo il piccolo Eden Hazard, perché l’uomo dell’anno in Premier è candidato di diritto alla graduatoria.

Ecco, dopo aver citato tutti i candidati, ritengo giusto inserire in graduatoria Álvaro Morata, centravanti della Juventus che forse non segna tantissimo, per il ruolo, ma che nel 2015 – quantomeno, nella prima parte della stagione – mette a segno reti che pesano una tonnellata, e soprattutto dimostra la personalità dei grandi nella manifestazione più importante, guadagnandosi anche la maglia di centravanti titolare della sua nazionale. Peccato solo che l’impatto con la stagione successiva non sia stato dei migliori.

Su Francesco Buffoli

Francesco, 33 anni, è un avvocato ammalato di musica e di calcio, che ama più di ogni altra cosa i giocatori dotati di grande tecnica e di fantasia, per lui la vera essenza di questo sport

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